Fra Liguria e Piemonte non c’è solo una linea di confine: nel Marzo 2015, la corte di Cassazione ha confermato e reso definitive le condanne per associazione mafiosa nei confronti di soggetti che erano soliti frequentare la Liguria, proprio in seguito ad una indagine nata nell’ambito di Maglio 3 (prima di passare per ragioni di competenza ai giudici piemontesi). E’ il processo Albachiara, il quale ha messo in evidenza quanto non sia solo un dato geografico ad accomunare le due regioni del Nord.

Il Piemonte è, dagli anni 70′ a questa parte, una terra di ‘ndrangheta, in cui “essa continua a occupare la posizione di maggior rilevanza..”. Sono queste le parole usate dalla direzione distrettuale antimafia (DDA) nella relazione del 2008.

Tuttavia, circa trent’anni prima, la situazione era già ben nota ad un magistrato “intelligente, integerrimo e irreprensibile”: Bruno Caccia, il cui nome è improvvisamente (ri)apparso sulle pagine dei quotidiani locali e nazionali in questi giorni di fine Dicembre 2015.

Procuratore della Repubblica di Torino, aveva sessantaquattro anni compiuti quando il 26 Giugno 1983 venne assassinato per mano di due uomini che gli scaricarono addosso diversi colpi di pistola: era una domenica sera e Bruno Caccia aveva lasciato a riposo la propria scorta, fatto che rese ancora più semplice per i killer eseguire la sentenza.

Una sentenza di morte, con cui qualcuno aveva decretato ed in seguito ordinato la morte del magistrato, reo di aver condotto alcune indagini sul riciclaggio del denaro delle organizzazioni criminali, indagini decisamente pericolose per la sopravvivenza della ‘ndrangheta in Piemonte.

Dieci anni dopo, nel 1993, a quel “qualcuno” fu dato un nome: Domenico Belfiore, boss della ‘ndrangheta, venne condannato all’ergastolo in seguito a complesse indagini svoltesi sulla base di testimonianze fornite da diversi esponenti dei clan catanesi radicati in Piemonte, in aggiunta ad alcune dichiarazioni dello stesso Belfiore, il quale ammise che Con il procuratore Caccia non si poteva parlare..”.

Venne così definitivamente escluso il coinvolgimento delle brigate rosse – su cui il magistrato stava indagando –  ipotizzato all’inizio, e ogni dubbio venne spazzato via: Bruno Caccia era la prima vittima di ‘ndrangheta al Nord, uccisa per volontà del mandante Domenico Belfiore. Degli “esecutori”, al contrario, non si seppe nulla, e le indagini vennero chiuse.

Nel 2001 venne intitolato a Bruno Caccia un cascinale a San Sebastiano da Po, ma il nome del magistrato continuava far parte di quella lista di vittime innocenti a cui ancora non era stata resa completa giustizia.

Tutto fino al 22 Dicembre 2015, quando il nome di Bruno Caccia è tornato a riecheggiare nei notiziari. Trentadue anni dopo il delitto, si è giunti ad una svolta: dopo la condanna del mandante, sarebbe ora arrivata la volta di uno dei due esecutori.

Nella notte tra lunedì 21 e martedì 22 dicembre a Torino la polizia ha arrestato Rocco Schirripa, un panettiere con numerosi precedenti penali. Il gip milanese Stefania Pepe non ha dubbi, dall’identikit di allora e dalle intercettazioni telefoniche “Emerge con assoluta certezza che Rocco Schirripa è stato uno dei due esecutori materiali dell’omicidio del dr. Caccia..” ed emergono inoltre – continua il gip- plurimi elementi che fanno ritenere verosimile che la seconda persona che sparò al procuratore sia stato lo stesso Domenico Belfiore“.

Le indagini erano state riaperte nello scorso Ottobre, quando la famiglia Caccia aveva fatto denuncia a Milano. La procura di Milano, accolta la richiesta, aveva così disposto nuove indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal sostituto procuratore Marcello Tatangelo.

Nello svolgimento di queste, gli investigatori della Squadra Mobile, che già sospettavano un coinvolgimento di Schirripa, hanno inviato una lettera anonima ai vari sospettati del delitto con una fotocopia di un articolo che riportava la notizia dell’uccisione del procuratore di Torino con scritto a penna il nome del presunto killer, proprio Rocco Schirripa. I sospettati intercettati, fra cui lo stesso Belfiore (ai domiciliari per motivi di salute dal giugno 2015) hanno iniziato a fare supposizioni su chi di loro avesse parlato, rivelando così il ruolo di Schirripa nell’intera vicenda. Torinese di 64 anni di origini calabresi, Schirripa quella notte si sarebbe trovato alla guida dell’autovettura dalla quale egli stesso avrebbe sparato una serie di colpi contro il magistrato, fra cui probabilmente anche l’ultimo – e decisivo – alla testa.

Meglio tardi che mai, si suol dire: trentadue anni dopo una (seppur piccola) parte di giustizia è stata finalmente resa a Bruno Caccia.

Questo arresto rappresenta forse “ un tassello importante per gli sviluppi futuri dell’inchiesta”; ne è convinta Cristina Caccia, figlia di Bruno, la quale si augura che la stessa inchiesta “ possa far luce su tutti i risvolti rimasti oscuri di questa vicenda, a partire dagli altri mandanti”. Una parte di  verità (quella verità che, per richiamare le parole di Luigi Ciotti, sembra non servire a niente, ma che un giorno servirà a tutto) è finalmente venuta alla luce, e un piccolissimo passo verso la giustizia è stato fatto;  passo che può e deve essere di buon auspicio per tutti quei nomi che invece la giustizia ancora la attendono.

Oggi il cascinale “Bruno e Carla Caccia”  – il quale apparteneva ed è stato confiscato al fratello di Domenico Belfiore, Salvatore – è gestito da una cooperativa che produce miele, grazie alla legge 109/1996, fortemente voluta e promossa dall’Associazione  Libera.

La stessa Libera è solita ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie il 21 Marzo, giorno in cui riecheggia anche il nome del magistrato torinese. Il 21 marzo rappresenta, tra l’altro, il solstizio di Primavera. La notizia dell’arresto del killer di Bruno Caccia è stata invece resa nota il 22 Dicembre, giorno in cui si celebra il solstizio di Inverno; forse la dimostrazione che anche dal freddo può nascere un fiore che illumina la giustizia.