Quando si parla di mafie in Liguria si pensa generalmente al Ponente ligure, perché è molto più evidente la presenza di organizzazioni criminali in quel territorio. Dall’altra parte della Regione, però, qualcosa si muove. Alla Spezia non ci sono state grandi inchieste antimafia, ma dal 2010 a oggi sono state applicate diverse misure di prevenzione a imprenditori locali, colpevoli, secondo gli inquirenti, di gestire un patrimonio frutto di attività illecite. L’ultima confisca, decisa dal Tribunale della Spezia, è avvenuta pochi giorni fa ai danni di Roberto Piras e Riccardo Trusendi: circa 10 milioni di euro il valore del patrimonio accumulato illegalmente. Beni immobili siti in prevalenza in provincia della Spezia (ma anche in Francia e Svizzera), conti correnti, quote societarie, automobili, rimorchi, trattori.
La maggior parte di questi era di proprietà di Trusendi, uno dei più importanti imprenditori nel settore degli autotrasporti. Secondo i giudici, Trusendi è un “pericoloso socialmente” a causa “delle numerosissime condotte delittuose poste in essere a far data dal 1980”. Il giudice parla di una “specializzazione nel porre in essere attività delittuose”, con le quali ha fatto da “struttura di servizio” per la ‘ndrangheta. Le accuse sono numerose: bancarotta fraudolenta, riciclaggio, trasferimento illecito di valori attraverso una gestione opaca del gruppo di aziende di Trusendi.
Roberto Piras, detto “l’ingegnere”, era il “punto di riferimento di Trusendi”. Dal 1978, quando viene pizzicato insieme ad alcuni affiliati della cosca Iamonte di Melito di Porto Salvo in una vicenda di contrabbando, è ritenuto vicino alla ‘ndrangheta. Negli anni Ottanta viene arrestato in più occasioni per reati di droga, ma quello che più colpisce sono le sue frequentazioni alla Spezia dove è coinvolto in indagini con Siviglia Annunziato, cugino dell’omonimo Siviglia Annunziato, già condannato in città per associazione a delinquere nel 1982. Inoltre, negli anni Novanta, viene fermato insieme a Giovanni Gullà (affiliato alla ‘ndrangheta e poi divenuto collaboratore di giustizia) e ad Ambrogio Consolato per un’altra inchiesta sul traffico di stupefacenti. Nomi che hanno fatto la storia criminale della provincia spezzina e coi quali Piras era da tempo in contatto (per approfondimenti si veda Il Confine).
I giudici scrivono parole lapidarie sulla vicenda: “le attività delittuose […] sono servite per costituire e sviluppare proprie iniziative imprenditoriali, con conseguente grave inquinamento del circuito economico-produttivo legale”. Il tutto aggravato dal fatto che i due “si sono relazionati, nel tempo e con una certa continuità, con ambiti qualificati di matrice ‘ndranghetista per le vicende in cui sono stati coinvolti”.
Una ‘ndrangheta che utilizza strumenti diversi dalle estorsioni per inserirsi nel mondo economico: predilige un profilo imprenditoriale pulito, portato avanti da soggetti non totalmente inseriti nell’organizzazione, ma ben disposti a fare da teste di ponte per riciclare capitali illeciti.