All’alba di questa mattina, 15 marzo 2015, la Squadra Mobile di Genova ha eseguito una nuova operazione, che costituisce il naturale completamento dell’inchiesta “I Conti di Lavagna“. Lo scorso giugno, erano state tratte in arresto otto persone, tra cui l’allora sindaco della città del Tigullio Pino Sanguineti, ed eseguite misure cautelari a carico di altre tre persone. Gli ulteriori accertamenti sulle proiezioni e gli interessi economici della ‘ndrina Rodà-Casile – come specificato dal Procuratore della Repubblica Francesco Cozzi e dal sostituto Albero Lari – hanno rivelato l’esercizio continuativo di attività di usura e di credito abusivo, con successivo reinvestimento dei profitti illeciti in attività immobiliari e nel settore delle videolottery.

Sono stati colpiti, nuovamente e a vario titolo, Rodà Antonio, Rodà Francesco Antonio e Paltrinieri Paolo, già protagonisti della prima inchiesta. Inoltre, è stata rivelata un’intensa attività di spaccio, che ha coinvolto anche Remilli Alfred, cittadino albanese. Gli inquirenti hanno notato che i soggetti sottoposti ad indagine, a fronte di dichiarazioni dei redditi molto basse, se non pari a “zero”, avevano in realtà ingenti disponibilità, evidentemente frutto di proventi criminali non dichiarati.  Sono stati eseguiti numerosi sequestri di valori sproporzionati e ingiustificati (ex art. 12 sexies d.l. 306/1992), tra cui un attico che si affaccia sulla Baia del Silenzio, un conto corrente dal valore di oltre 200 mila euro, una vettura di grossa cilindrata e quote societarie.  “Non è una mafia povera, è una mafia che guadagna e che lucra”.  Una mafia che ha penetrato, negli anni, il tessuto economico-sociale di Lavagna (e non solo), infiltrandosi in svariate operazioni commerciali.
Componendo il quadro, ad esito di questa seconda operazione, i membri della presunta cosca risultano impegnati in molteplici settori, leciti e illeciti: rifiuti, droga, armi, usura, estorsioni. Il dott. Lari si è soffermato sulle modalità operative utilizzate dall’organizzazione: gli “usurai” avvicinavano soprattutto piccoli imprenditori, bisognosi di liquidità (sovente negata dalla banche); procedevano, quindi, a prestiti ingenti, accompagnati da tassi di interesse spropositati. A quel punto le vittime, non riuscendo a restituire il danaro, prima venivano minacciate (in un caso anche percosse), dopodiché venivano costrette a svendere la propria attività. Così, quasi senza accorgersene, si ritrovavano senza soldi e senza più lavoro. 
In un caso in particolare, a fronte del prestito di circa 250 mila euro, gli strozzini aveva chiesto interessi del 120%. La vittima, non potendo restituire una simile somma, aveva proceduto alla vendita di un appartamento (per un valore di oltre 500 mila euro).  In un altro episodio, è stato documentato il passaggio di una valigetta contenente 150 mila euro in contanti, in località S. Salvatore di Cogorno.
Il dott. Lari ha concluso la conferenza stampa manifestando soddisfazione per gli esiti investigativi, che avrebbero documentato l’esistenza e l’operatività, su Lavagna in particolare, di un sodalizio ‘ndranghetista, munito delle più tradizionali connotazioni e dedito alle attività tipiche; per questa ragione, i delitti-fine contestati risultano aggravati dall’art. 7, d.l. 152/1991, l’aggravante del “metodo/agevolazione mafiosa”.
Nei prossimi giorni verranno chiuse formalmente le indagini preliminari e si procederà alla richiesta di rinvio a giudizio dei numerosi indagati. Si è ricordato, infine, che la Suprema Corte di Cassazione ha già riconosciuto, in sede cautelare, la natura mafiosa dell’organizzazione di Lavagna, confermando tutte le misure restrittive della libertà personale.