Conferenza con Anna Canepa, Marco Pelissero, Pierfranco Pellizzetti, Matteo Lupi

Venerdì 2 marzo 2012 la Facoltà di Giurisprudenza ha ospitato un interessante dibattito sul tema “Mafia in Liguria”, evento organizzato dal Presidio genovese di Libera, nell’ambito della “settimana della legalità”. Erano presenti in qualità di ospiti e relatori la Dottoressa Anna Canepa, sostituto procuratore della D.N.A. (con trascorsi a Caltagirone, a Gela, e alla D.D.A. ligure); il saggista del Fatto Quotidiano Pierfranco Pellizzetti; il Professore Ordinario di diritto penale Marco Pelissero; il coordinatore di Libera Liguria Matteo Lupi. La partecipazione della cittadinanza, e degli studenti universitari in particolare, è stata massiccia: un primo passo importante nel percorso di collaborazione e reciproco stimolo tra L’Università degli Studi di Genova e l’associazione Libera. Erano presenti, tra gli altri, il Preside di Giurisprudenza, Prof. Paolo Comanducci, il Sen. Enrico Musso, il Segretario Regionale del Pd, Lorenzo Basso.

 Ha aperto il confronto Matteo Lupi, che ha posto al centro del suo intervento l’importanza del 17 marzo, festa nazionale di Libera,  giornata della memoria e dell’impegno, in onore delle vittime di mafia. In questi mesi sono stati compiuti i “100 passi” dell’associazione verso questo appuntamento, un lungo susseguirsi di conferenze ed eventi che Libera ha curato in tutta la Regione, per sensibilizzare l’opinione pubblica. Il Consiglio Regionale ligure, da parte sua, ha realizzato un passo importante approvando la prima legge regionale antimafia, che ha sottolineato alcuni punti decisivi: il riconoscimento del 21 marzo come giornata dedicata alle vittime di criminalità organizzata; la costituzione di parte civile della Regione nei processi di mafia sul nostro territorio; il sostegno attivo alle vittime di reati mafiosi (a cominciare dal racket e dall’usura); il riutilizzo con finalità sociale dei beni confiscati. E’ stata un’azione significativa, soprattutto alla luce degli ultimi drammatici eventi che hanno colpito la Liguria, come lo scioglimento per condizionamento mafioso dei comuni di Bordighera e Ventimiglia.

La Dottoressa Canepa ha iniziato il suo intervento narrando la sua vicenda biografica: l’iniziale vocazione da giudice civile, il primo incarico da pubblico ministero presso Caltagirone, i primi processi di mafia contro le cosche di Niscemi, il trasferimento anticipato deciso dal CSM all’indomani delle stragi del 1992, per tutelare la sua incolumità personale. Anna Canepa non aveva mai desiderato, per sua ammissione, di fare il pm, né di occuparsi di criminalità organizzata. Eppure la vita l’ha portata a svolgere quasi esclusivamente questo tipo di attività, con risultati straordinari, che le sono valsi l’attenzione della Direzione Nazionale Antimafia, per la quale adesso lavora. Quando si trovava in Liguria, presso la Direzione Distrettuale Antimafia, ha curato le principali indagini sui membri locali delle cosche legate a Cosa Nostra e alla ‘ndrangheta. Il magistrato ha sottolineato come la mafia sia sempre stata considerata e trattata come “emergenza”, benché sia un problema strutturale e cronico della nostra penisola. Inoltre, si è sempre demandato all’autorità giudiziaria, coadiuvata dalle forze dell’ordine, la lotta contro questo fenomeno; è invece fondamentale comprendere che la mafia sia prima di tutto un fatto culturale, che va combattuto dalla cittadinanza intera, nella vita quotidiana, con comportamenti e gesti “normali”. La questione morale, sostiene la Dottoressa Canepa, rimane la sfida decisiva per il nostro Paese: i partiti politici, le associazioni, l’imprenditoria devono essere in grado di operare a monte una selezione sui soggetti con cui entrano in relazione, “senza aspettare l’arrivo dei carabinieri”. L’azione dello Stato è necessariamente e inevitabilmente tardiva; la macchina della giustizia si attiva sovente quando la situazione è già compromessa, dopo che i reati sono stati commessi.

Il Prof. Marco Pelissero, docente di diritto penale, si è soffermato sugli strumenti tecnico-giuridici con cui lo Stato ha arginato il fenomeno mafioso, registrando ritardo e limiti nell’azione di contrasto. Nel 1965, a circa un secolo dalla nascita del fenomeno, fu emanata una misura di prevenzione (sorveglianza di sicurezza, poi  con obbligo di soggiorno), per gli appartenenti alla criminalità mafiosa. Ci vollero però ancora molti morti per arrivare alla  legge Rognoni-La Torre (1982), che istituiva l’art. 416 bis del codice penale (associazione di tipo mafioso). Con questa legge lo Stato passava dalla misura di prevenzione personale a quella patrimoniale: il sequestro e la confisca dei beni ai mafiosi colpivano la causa stessa dell’organizzazione, che si configura a tutti gli effetti come criminalità del profitto (la violenza e l’intimidazione sono meri strumenti, talora necessari, per il conseguimento di questo fine). Dal 1996 peraltro, in seguito a una straordinaria raccolta di firme promossa proprio da Libera, fu imposto il requisito dell’ utilità sociale nella riassegnazione di tali beni confiscati. Uno strumento formidabile nella lotta alla criminalità organizzata è stato senz’altro l’utilizzo dei  collaboratori di giustizia, fortemente voluto dal pool di Palermo sin dai tempi del maxiprocesso (la cui istruttoria si fondò sul “Teorema Buscetta”, il lungo e approfondito racconto della struttura di Cosa Nostra ad opera di un boss): l’attendibilità dei “pentiti” è senz’altro da valutare con rigore, ma è innegabile l’importanza di una conoscenza dall’interno del fenomeno mafioso. Si optò per un meccanismo a forbice: da una parte si incentivava  la collaborazione dei mafiosi con sconti di pena e benefici penitenziari; dall’altra, col nuovo art.  41 bis, si punivano severamente i mafiosi che non abbandonavano l’associazione,  con un durissimo regime carcerario (isolamento costante in microcelle, sorveglianza 24 ore su 24, controllo delle comunicazioni scritte, forti limiti agli incontri coi familiari ecc. ecc.).

Pierfranco Pellizzetti, docente nella Facoltà di Scienze della Comunicazione, opinionista, e firma del Fatto e di Micromega, ha raccontato alcuni aneddoti, tratti dalla sua biografia, che testimoniano l’infiltrazione, in particolare della ‘ndrangheta, nel territorio ligure. Slot machines che proliferano nei vecchi circoli ricreativi del ponente, imprese edilizie che hanno il monopolio negli appalti, strane collusioni tra politica, imprenditoria e ‘ndrangheta. In nome degli affari e del potere si sta assistendo alla legittimazione di un establishment variegato, che si sta spartendo il territorio a scapito dei suoi cittadini e della sua morfologia.

Terminati gli interventi, si è aperta una interessante discussione, che ha visto la partecipazione di tutta la platea. Ci si è chiesti per esempio se il regime del carcere duro violasse l’art 27, co. 3, della Costituzione, che impone la funziona rieducativa della pena, ovvero configurasse trattamenti inumani, stigmatizzati in effetti dalle Corti europee; tuttavia, così come è disciplinato, ha superato, ad oggi, tali obiezioni. Si è discusso inoltre della piaga del gioco d’azzardo, dietro alla quale si annidano pericolosi interessi economici della malavita. Infine ci si è domandati se gli strumenti in possesso delle autorità competenti siano adeguati a contrastare il fenomeno mafioso (mancanza di normativa sull’auto-riciclaggio, difficoltà probatorie del reato associativo, classe dirigente non sempre disposta a condurre la battaglia sino in fondo…). La risposta alla criminalità organizzata, ha ribadito la Dottoressa Canepa, deve essere collettiva e civile, cioè animata innanzitutto dalla popolazione, che deve essere in grado di riconoscere per tempo certi fenomeni, e contrastarli sul nascere. Solo così si può aiutare efficacemente l’autorità giudiziaria in questa difficile battaglia, la cui vittoria, non dimentichiamolo, è alla nostra portata.