Carmelo Gullace, 64 anni, viene arrestato venerdì 6 marzo 2015 nella sua casa di Toirano (via Alla Costa 17), nell’ambito di un’inchiesta che non concerne espressamente il crimine mafioso, benché Egli sia ritenuto dagli inquirenti ai vertici della cosca “Raso-Gullace-Albanese”.

“Nino”, “Ninetto”, Gullace è stato ufficialmente un operaio di cava, ma secondo numerose relazione della D.I.A., sarebbe il referente della ‘ndrangheta per l’intero Nord-ovest italiano, a capo di un’organizzazione dedita al traffico di droga e rifiuti. Il nome di Gullace compare inoltre nell’inchiesta lombarda che ha portato all’arresto dell’Ex Assessore alla Casa, Giunta Formigoni, Domenico Zambetti.

Durante la sua lunga militanza, è stato più volte oggetto dell’attenzione degli inquirenti, in relazione a fatti particolarmente gravi quali sequestro di persona e omicidio ed ha subito altresì misure di prevenzione patrimoniale. In particolare, è stato arrestato nel 1980 per due omicidi nella faida con i Facchineri, a Cittanova; venne scagionato dalla testimonianza di un notaio “prezzolato”, un professionista messogli a disposizione da Antonio Fameli, che gli fornì un alibi fittizio. Venne inoltre accusato di aver partecipato al rapimento di Marco Gatta, nipote del fondatore della Lancia, nel 1979. Gimmi Miano raccolse la testimonianza di Gullace in carcere, ma la registrazione dei loro colloqui non fu ammessa in tribunale.

Più di recente, a delineare il suo profilo criminale con maggiore nitidezza, per quanto concerne il ruolo rivestito nella ‘ndrangheta, ha concorso l’arresto del suo braccio destro Antonio Fameli, di Loano. Il legame Fameli-Gullace è stato al centro dell’indagine, dapprima, della polizia di Savona coordinata dal pm Danilo Ceccarelli e, successivamente, della D.I.A. di Genova. Ma data la rilevanza nazionale del soggetto, la posizione di Gullace è adesso al vaglio dei pm e del GIP di Reggio Calabria. Fameli è stato arrestato per una serie di reati finanziari; investigando nelle sue utenze e nelle reti di prestanome, era emersa la fedeltà a Gullace. Da lì, sono stati monitorati incontri e colloqui anche in Calabria.

Il 20 gennaio 2015 gli specialisti della D.I.A. di Genova (guidati dal Col. Sandro Sandulli, il Capocentro) vengono affiancati dal pm Ubaldo Pelosi ai carabinieri per la stima del patrimonio. Nella loro relazione evidenziano: “C’è sproporzione tra i beni di cui i tre indagati (Gullace, la moglie Fazzari e Accame) risultano intestatari o avere la disponibilità rispetto ai redditi ed alle attività economiche. Ciò è sufficiente a ritenere operante quella presunzione di provenienza illecita dei beni”.

Dopo un vertice tra magistrati di varie procure del Nord Italia (presieduto dal magistrato milanese Ilda Boccassini) sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta, anche la questione savonese è finita davanti alla D.D.A. calabrese.

Contestualmente all’arresto di Gullace vengono denunciate tre persone. Tra queste la moglie Giulia Fazzari e Fabrizio Accame (ex segretario della Margherita di Albenga), sostenitore dell’attuale sindaco di centrosinistra di Albenga.

Il nome di Accame era già finito nelle intercettazioni delle inchieste per riciclaggio su Fameli ma non aveva mai ricevuto avvisi di garanzia. Oggi le sue responsabilità agli occhi degli inquirenti sono più gravi e per questo risponde di concorso (in usura e estorsione) con Gullace.

A poche ore dalla pubblicazione della notizia sull’arresto di Gullace e sul coinvolgimento nell’indagine di Accame arriva il commento del sindaco di Albenga, Giorgio Cangiano.

Scrive così il primo cittadino di Albenga: “L’accostamento giornalistico fra la città di Albenga e la mia amministrazione con l’inchiesta Gullace è assolutamente privo di giustificazione e fondamento. Non c è alcun atto amministrativo, delibera o appalto che leghi il comune di Albenga a questa inchiesta. La mia amministrazione ha da subito fatto della trasparenza, della legalità, elementi fondanti. Mi si dice che Fabrizio Accame, candidato in una lista civica sarebbe indagato nel ambito di tale inchiesta. Fermo restando che Accame potrà chiarire la sua posizione nelle sedi opportune non comprendo cosa avrei dovuto o potuto fare a fronte di una candidatura di un cittadino incensurato. Detto ciò ribadisco quanto sempre affermato e cioè che contro la criminalità organizzata bisogna tenere altissima l’attenzione e dare ogni supporto affinché possano essere recisi tutti i legami con la pubblica amministrazione”.

La Procura di Savona (la quale non ha potuto procedere per 416 bis, di competenza distrettuale), ha chiesto e ottenuto l’arresto per usura, tentata estorsione, estorsione e intestazione fittizia dei beni di Carmelo Gullace. Il GIP di Savona, nel provvedimento di custodia cautelare, osserva:

“Il presente procedimento prende le mosse dalle intercettazioni effettuate nell’ambito di altra indagine per il reato di usura. Le intercettazioni […] conducono ad individuare l’attività usuraria svolta da Gullace Carmelo nei confronti di diverse persone offese. Sin dalle prime intercettazioni è apparso evidente che Gullace è persona estremamente cauta nell’intrattenere rapporti telefonici con i suoi debitori e si serve spesso di terze persone (Accame Fabrizio, Marasco Giovanni e la moglie Fazzari Giulia) anche per concordare appuntamenti o mandare messaggi. […]

La misura dell’interesse concordato (risultante dalle intercettazioni), non è stata calcolata nel dettaglio ma appare ampiamente superiore ai tassi soglia degli ultimi anni tanto se si prende a parametro l’interesse del 5% mensile, menzionato di Gullace e […] quello inferiore, proposto dallo stesso debitore, di 70.000 in tre anni contro 50.000 imprestati (140% in tre anni, più del 40% su base annua). Sussistendo il delitto di usura, la pretesa alla restituzione si connota come radicalmente illecita e sfornita di azione e pertanto, alla stregua di un costante indirizzo di legittimità, la minaccia diretta al pagamento integra il delitto di estorsione nella forma tentata. Nessun dubbio può essere sollevato sull’idoneità degli atti visto l’atteggiamento di grave timore e sottomissione del (omissis) di fronte alle minacce dell’indagato.

Nel patto di compartecipazione agli utili, siglato in assenza di un qualunque accordo formale che facesse figurare il Gullace quale reale erogatore della somma ed avente diritto agli utili è ravvisabile una tipica operazione di attribuzione fittizia della titolarità di somme di denaro. Il fine perseguito dal Gullace, già sottoposto a misura di prevenzione personale e patrimoniale ai sensi dell’abrogata l. 575/65 in quanto indiziato di appartenenza ad associazione di tipo mafioso e condannato per il reato di cui all’art. 416 c.p., non poteva che essere quello di evitare in ogni modo la titolarità di redditi o beni che potessero essere assoggettai a confisca ex art. 12 sexies l. 356/92.

[…]

E’ anche dimostrato il delitto di estorsione, nella forma consumata, essendo provata la dazione di somme da parte della persona offesa in conseguenza delle pressanti minacce. Al riguardo va ribadito in questa sede il dato di comune esperienza secondo cui il valore intimidatorio di una frase non dipende esclusivamente dai vocaboli adoperati ma dal soggetto che li pronuncia e dal contesto complessivo in cui questi vengono pronunciati.

In concreto le conversazioni intercettate mettono in evidenza il grave stato di agitazione del (omissis) ad ogni incontro con il Gullace, essendo il primo perfettamente a conoscenza dei trascorsi processuali dell’indagato per gravi delitti di criminalità organizzata. Al riguardo è estremamente significativa la conversazione del 23 ottobre 2014 nella quale (omissis) si sfoga con il (omissis) che gli chiede come sia andato l’incontro con il suo creditore: … male, malissimo. Gli ho detto ci vediamo… non so come (incomprensibile), io (incomprensibile) cinquemila (5000), lunedì, lunedì sera, alle sette… (incomprensibile) M’ha preso qua, m’è arrivato addosso, capisci…
[Sogg.2]: sì sì ho capito [Sogg.1]: m’è arrivato addosso, e poi voleva sapere, “poi mi devi portare”… perciò tu fino a lunedì sei tranquillo, perché mi ha detto “poi mi devi fare vedere dov’è sta (…omissis…)” e una cosa e un’altra. E io gli ho detto “va bene, poi magari”.

Tra le minacce più subdole ed efficaci c’è quella del 27 ottobre 2014, quando il Gullace si reca a casa del (omissis) quando vi è la figlia minorenne da sola. Altre volte Gullace è più esplicito come, ad esempio, quando dice: “(omissis) non mi fare arrivare a condizioni che io posso farti preoccupare” o ancora “non mi portare a condizioni che qualche giorno io ti, ti mando io all’ospedale, va bene?”, fino al 14 gennaio 2015 quando colpisce la persona offesa, spintonandola e forse schiaffeggiandola. Un tale quadro intimidatorio costante costituisce premessa essenziale del pagamento e comunque atto idoneo inequivocabilmente diretto ad ottenere i corrispettivi usurari […]”.

E’ contestato anche il delitto di cui all’art. 12 quinquies l. 356/92 (trasferimento fraudolento di valori) commesso nel 2007 in relazione a due specifiche operazioni immobiliari.

La prima è consistita nell’erogazione un prestito pari ad € 40.000 in favore di (omissis) che versava in difficoltà economiche, a garanzia del quale il Gullace fece sottoscrivere alla donna un contratto preliminare con il suo prestanome Paolo Cassani[…].

“Analoga l’operazione conclusa da Gullace con (omissis) – sempre nel 2007 – allorché l’indagato, prima di erogare uno dei prestiti di cui si è detto in precedenza, pretese ed ottenne la sottoscrizione di una promessa di vendita relativa ad un alloggio in comune di Calizzano tra il (omissis) ed il Cassani. […]

L’intestazione fittizia di un contratto preliminare di compravendita appare funzionale all’elusione delle norme in materia di misure di prevenzione, sia perché determina l’occultamento di una parte delle disponibilità economiche che potrebbero risultare sproporzionate ai redditi leciti, sia perché è idonea a sottrarre beni o crediti alla confisca di prevenzione. […]

Sussistono gravi indizi di colpevolezza anche in relazione al reato di cui all’art. 132, l. 385/93”.

In parallelo alla misura di custodia in carcere del Gullace, il GIP ha disposto il sequestro finalizzato a confisca di diversi beni (per un valore di oltre 2 milioni di euro) tra cui:

– tre autovetture, due intestate a Gullace ed una a Accame

– quote societarie della “CO.MI.TO. SRL” per 48.071,81 € intestate a Fazzari Giulia

– quote della “Liguria 2000 soc. coop.” per 500 € intestate a Fazzari Giulia

– quote della “GI.ERRE SRL” per 5.000 € intestate a Fazzari Giulia

– quote della “CONCEPT di Accame Fabrizio & C sas” per 5.000 € intestate a Accame

– terreni in Borghetto Santo Spirito e Toirano intestati a Fazzari Giulia

– la villa di Via Costa 17 a Toirano intestata a Gullace Celeste e Gullace Concetta Valentina

– fabbricato di Via Gioco s.n.c. a Cittanova intestato a Gullace Celeste

“Oltre ad eventuali disponibilità bancarie, postali, titoli di credito, crediti vantati presso terzi e qualsiasi forma di investimento mobiliare; eventuali altre quote di partecipazioni societarie; eventuali altri beni mobili ed immobili trascritti in pubblici registri non conosciuti precedentemente ma emersi durante l’esecuzione del provvedimento cautelare; altri beni che, per la loro tipologia, quantità e valore, possano essere verosimilmente qualificati come investimento di capitali illecitamente costituiti; che siano intestati a Gullace Carmelo, a Fazzari Giulia, a Gullace Celeste, Gullace Concetta (Valentina), a Accame Fabrizio, a Della Valle Serafina, nonché fittiziamente intestate a terze persone ma di fatto riconducibili ai predetti e di cui emerge l’esistenza in sede di esecuzione del provvedimento in questione”.