Mercoledì 16 gennaio è (ri)iniziato il processo dei Conti di Lavagna davanti al Collegio della seconda sezione del Tribunale di Genova, presieduto dal dott. Merlo. Il dibattimento era stato dichiarato aperto il 13 settembre 2017, ma si sono resi necessari quasi sedici mesi affinché il perito ultimasse la trascrizione di tutte le intercettazioni telefoniche ed ambientali registrate nei tre anni e mezzo di indagini eseguite dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Genova, nella persona del dott. Alberto Lari, e dallo S.C.O. della squadra mobile della Questura di Genova. Le indagini avevano portato, il 20 giugno 2016, all’applicazione di misure cautelari nei confronti di diversi soggetti fra cui i membri delle famiglie Nucera (Paolo, Francesco e Antonio, quest’ultimo ha optato per il rito abbreviato ed è stato assolto in appello) e Rodà (Antonio e Francesco Antonio), originarie di Condofuri (RC), l’ex parlamentare Mondello Gabriella, l’allora sindaco Sanguineti Giuseppe e l’allora Assessore Talerico Massimo. Risultavano in allora ventitré gli indagati, sei per il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso (art. 416 bis c.p.) e gli altri a vario titolo per reati tra cui traffico illecito di rifiuti, traffico di sostanze stupefacenti, usura aggravata, estorsioni, detenzione e porto d’armi, esercizio abusivo dell’organizzazione di scommesse, esercizio abusivo di attività finanziaria, truffa ai danni di ente pubblico, falso ideologico, corruzione elettorale aggravata dal metodo mafioso, traffico di influenze illecite ed abuso d’ufficio. Premettiamo che ci limitiamo a riferire quanto emerge dall’istruttoria dibattimentale, tenendo ferme le garanzie poste a tutela degli indagati. Iniziata la fase istruttoria, nell’aula della Corte d’Assise del Tribunale di Genova si è cominciato con i testi del pubblico ministero in relazione al capo d’imputazione A (ovvero al reato di associazione di tipo mafioso). All’udienza del 16 e del 17 gennaio il dirigente dello S.C.O. della Squadra Mobile, ha raccontato in primis gli antecedenti storici dell’odierno processo (che nasce come “costola” del precedente processo “Maglio 3” sui locali di ‘ndrangheta in Liguria, a sua volta nato dall’imput del processo calabrese “Crimine”, nell’ambito del quale vennero condannati, oggi in via definitiva, Domenico Gangemi e Domenico Belcastro, rispettivamente, a 19 anni e 6 mesi e 6 anni in quanto ritenuti a capo del locale di ‘ndrangheta di Genova), ed in secundis come sono nate e come sono state condotte le indagini nel procedimento “i conti di Lavagna”. All’udienza del 24 gennaio, terminato il contro-esame del primo teste da parte dei difensori degli imputati, gli ispettori dello S.C.O. hanno riferito dei rapporti intercorrenti tra il presunto locale di ‘ndrangheta di Lavagna con la casa-madre calabrese, la cosca Rodà-Casile di Condofuri (RC). In particolare, hanno riportato in merito a tutti gli episodi in cui gli odierni imputati avevano dato, ai familiari di Casili Antonino e Pietro, Macrì Giorgio, Modaffari Carmelo e Nucera Raffaele, tutti ristretti in diverse case circondariali (tra cui Marassi e Voghera) perché condannati in Calabria per il reato di associazione mafiosa, supporto logistico affinché potessero fargli visita in carcere, nonché il sostegno economico consistito nell’elargire denaro, anche diverse migliaia di euro a volta, alle famiglie dei detenuti di ‘ndrangheta, a volte portandoglieli anche di persona in Calabria. Dopo l’udienza del 30 gennaio, in cui gli agenti hanno riferito su tutti i servizi di appostamento svolti e di episodi di traffico di sostanze stupefacenti, il 31 gennaio il sostituto commissario ha riferito del cd. controllo del territorio, raccontando di quando la famiglia Rodà aveva subito dei furti a seguito dei quali le intercettazioni ambientali svelano come cercassero di scoprire chi fosse stato e manifestassero l’intenzione di gestire la situazione in autonomia, volendo “dare due colpi” ai responsabili e sottolineando come si trattasse di una “questione di rispetto”. Sempre dalle intercettazioni ambientali emerge come alcuni cittadini lavagnesi si recassero da Paolo Nucera per chiedergli che risolvesse i loro problemi e che, quasi come rivestisse le vesti di un giudice, si pronunciasse su controversie nelle quali erano stati coinvolti. È stato successivamente affrontato un altro aspetto fondamentale per la prova della sussistenza della fattispecie prevista dall’art. 416 bis c.p.: la capacità di intimidazione. Questa emerge da quelle intercettazioni ambientali che dimostrano il timore di alcuni amministratori del Comune di Lavagna, in particolare degli allora Sindaco e vice Sindaco, di alcuni assessori e della ex parlamentare Mondello, nonché di diverse vittime di fenomeni di usura. Colpisce inoltre l’episodio del padre di una giovane adolescente, vittima di una violenza sessuale commessa da Nucera Antonio (per ciò condannato in primo grado a otto anni di reclusione, sentenza confermata dalla Corte d’Appello), che riferiva di non voler denunciare l’accaduto per paura, preferendo risolvere le cose senza il coinvolgimento dell’autorità giudiziaria. Tipica dimostrazione della capacità di intimidazione risulta, inoltre, la disponibilità delle armi. Infatti, l’operazione “i conti di Lavagna” inizia nell’ottobre 2013 con il ritrovamento nell’entroterra chiavarese di un importante arsenale di armi che, le conversazioni intercettate nei mesi successivi, permettevano di ricondurre proprio al gruppo Nucera-Rodà. L’udienza proseguirà mercoledì 6 febbraio. Dopo il controesame dei difensori, il 7 gennaio è in calendario la ricostruzione degli episodi legati al capo d’imputazione della corruzione elettorale aggravata del metodo mafioso (cd. voto di scambio), contestato ad alcuni amministratori di allora del Comune lavagnese.