Il 13 dicembre 2017 sono state depositate le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione, del 14 settembre scorso, che ha messo la parola fine – o quasi – al processo “La Svolta”, sul radicamento della ‘ndrangheta nel ponente ligure.
Come vi abbiamo già raccontato la storica pronuncia individua due dati salienti:
1) La ‘ndrangheta, a Ventimiglia, è un fatto incontrovertibile ed è consegnata alla storia.
La Suprema Corte ha infatti confermato le condanne, pronunciate dalla Corte d’appello genovese, nei confronti della famiglia Marcianò (Vincenzo e Vincenzino, non Giuseppe poiché deceduto a inizio 2017), di Giuseppe Gallotta (14 anni), Nunzio Roldi ed Ettore Castellana (8 anni), Omar Allavena, Salvatore Trinchera (7 anni), Paolo Macrì (5 anni).
Per Giuseppe Cosentino, condannato in primo grado e assolto in appello per non aver commesso il fatto, viene disposto un nuovo processo; è infatti annullata con rinvio la sentenza di assoluzione perchè non corrisponde – secondo la Suprema Corte – agli standard di “motivazione rafforzata”, imposti in caso di sovvertimento in appello della sentenza di condanna pronunciata in primo grado, limitandosi esclusivamente ad “affermazioni apodittiche“.
Sono invece annullate senza rinvio le condanne emesse nei confronti di Alessandro Macrì e Federico Paraschiva (il primo, condannato a titolo di tentativo di associazione mafiosa; il secondo, già assolto dal Tribunale, era stato condannato a 7 anni in Appello).
Ulteriore dato significativo è che sono state confermate (e rese definitive) le assoluzioni nei confronti di Gaetano Scullino e Marco Prestileo, rispettivamente ex Sindaco ed ex dirigente del Comune di Ventimiglia, sempre assolti in tutti i gradi di giudizio.
2) Il presunto locale di ‘ndrangheta di Bordighera torna a processo.
Condannati in primo grado, ma assolti in appello per la “improvvida scissione della rubrica di cui al capo a)-locale di Ventimiglia”, i componenti della famiglia Pellegrino (Giovanni, Maurizio e Roberto) e Antonino Barilaro torneranno a giudizio dinnanzi alla Corte d’appello genovese in diversa composizione, a seguito dell’annullamento con rinvio delle sentenze di assoluzione emesse nei loro confronti. Infatti il percorso argomentativo della Corte d’Appello – sostiene la Cassazione – appare “affetto da molteplici vizi”.
La decisione di secondo grado era fondata sul fatto che il sodalizio di Bordighera risultava “un’associazione acefala”, poichè i presunti capi (Benito Pepè, Francesco e Fortunato Barilaro e Michele Ciricosta) erano stati assolti nei primi due gradi di giudizio relativi al procedimento “Maglio 3” e i quattro gregari sembravano operare “nel contesto di una tripla autonomia: dal locale di Ventimiglia, dai tetrarchi e da sé stessi”.
Tuttavia, nel frattempo, è intervenuta la sentenza con cui la stessa Corte di Cassazione ha annullato con rinvio le assoluzioni di tutti gli imputati (e quindi anche dei presunti capi di Bordighera) del processo Maglio 3. Alla luce di tale ribaltamento processuale, l’intera struttura argomentativa della sentenza d’appello della Svolta perde la propria base fattuale e logica.
Resta da analizzare come sia stata risolta la questione del “doppio locale” Ventimiglia/Bordighera, originariamente unico, ma poi scisso dall’accusa in due capi di imputazione distinti (a e a-bis), sulla scorta delle indicazioni di un G.I.P. in fase cautelare.
La sentenza d’appello, nell’affermare l’incongruità della separazione del locale di Ventimiglia e di quello di Bordighera, non considera – sostiene la Cassazione – “che la predicata unitarietà dei due sodalizi ipotizzati nelle rispettive imputazioni non è contraddetta dal tenore letterale di queste ultime, poichè riconducono tutte le condotte partecipative all’unica organizzazione criminale di riferimento, la ‘ndrangheta, la cui natura unitaria è stata affermata nell’ambito del processo calabrese “Crimine“: ha un organismo di vertice (Crimine o Provincia) che svolge un ruolo pregnante sul piano organizzativo garantendo l’omogeneità delle regole di fondo dell’organizzazione, non solo in Calabria, ma anche fuori dalla regione”. Carattere unitario significativamente richiamato, proprio in riferimento agli stessi locali liguri, anche dalla Cassazione “Maglio 3”.
La sentenza impugnata viola inoltre il principio della valutazione unitaria della prova nel momento in cui procede alla totale svalutazione dei reati per i quali i Pellegrino e i Barilaro hanno riportato condanne, anche nello stesso processo (favoreggiamento personale di ‘ndranghetisti latitanti; associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti; detenzione e spaccio di stupefacenti; detenzione di armi da guerra; minacce in danno di appartenenti alle forze dell’ordine, di un giornalista e di amministratori comunali; estorsione e lesioni personali; incendio di escavatori) e senza alcun apprezzamento delle testimonianze delle stesse vittime, che evidenziano la consapevolezza della collettività circa l’appartenenza degli imputati alla ‘ndrangheta e denotano lo stato di assoggettamento e omertà, richiesto dal reato associativo (art. 416-bis c.p.).
Infine, dimostrative del ruolo apicale di Michele Ciricosta e dei legami con le cosche calabresi risultano le conversazioni dalle quali si evince che, dopo gli arresti dei Barilaro e dei fratelli Pellegrino nel 2010, il predetto si era recato in Calabria per ricevere indicazioni operative dai capi della cosca di riferimento. Nella sentenza d’appello risulta omessa la valutazione delle intercettazioni dalle quali risultano l’organigramma e le dinamiche all’interno della ‘ndrangheta ligure e i contatti del Ciricosta con esponenti di vertice della ‘ndrangheta calabrese (anche con Giuseppe Commisso, detto u Mastru, capo della cosca Commisso di Siderno), nonché la circostanza che a casa di Ciricosta è stato sequestrato un foglio manoscritto contenente la formula di affiliazione alla ‘ndrangheta.
In conclusione, la sentenza della Suprema Corte che chiude il processo La Svolta (in attesa di conoscere la sorte degli imputati di Bordighera) si colloca in perfetta continuità con il precedente arresto relativo al processo Maglio 3 e consegna ai liguri un verdetto inappellabile: la Liguria è terra di ‘ndrangheta. Quella che, sino a qualche anno fa, sembrava una mera suggestione dei più fini osservatori, è ora divenuta una verità storica e giudiziaria.