La ‘ndrangheta è una minaccia ormai diffusa in tutto il territorio nazionale ed in molti paesi esteri. È una criminalità organizzata che si è rivelata di grande successo, cresciuta nell’omertà più completa degli ultimi decenni e capace di conquistarsi indisturbata potere, influenze e ricchezze.

Nonostante la forza e i capitali a disposizione della mafia calabrese essa, come sottolineato da recenti studi, non investe nel proprio territorio d’origine ed anzi utilizza la regione come un luogo di transito per i flussi economici derivanti dalle attività illecite, denaro che poi viene reinvestito in altre regioni o stati. Questa povertà “incoraggiata” dalla ‘ndrangheta è confermata dalle rilevazioni dell’ISTAT, che mostrano come la Calabria non solo sia la regione con il PIL pro capite più basso, ma anche quella con il più alto indice di povertà relativa. Certamente l’assenza di investimenti da parte della ‘ndrangheta nella sua terra di origine, investimenti che tuttavia essa è pronta a fare in quasi tutto il territorio italiano nonché in molti paesi esteri, non è LA causa della povertà ma una importante conseguenza di un saccheggio storico e uno svilimento culturale di cui la regione è stata vittima nel corso dei secoli: Ciconte ricorda bene come la Calabria fosse considerata una terra inospitale già in era napoleonica, tanto che l’opinione comunemente diffusa voleva che la regione non fosse altro che un territorio selvaggio abitato da incivili e criminali. 

Ad esso seguì con l’unificazione d’Italia un saccheggio sistematico volto a spogliare di tutti i propri beni e risorse una regione conquistata con promesse di fratellanza e benessere, in virtù di un investimento sulle regioni del Nord che oggi appaiono tragicamente, e sorprendentemente, invase dall’organizzazione criminale figlia della regione più povera.

Questa premessa è necessaria a far comprendere come il contesto culturale calabrese sia differente anche e soprattutto in relazione ai sentimenti che una forte organizzazione criminale come la ‘ndrangheta e una storia regionale tribolata hanno generato nella cittadinanza, un contesto culturale che ho provato ad indagare mediante colloqui informali a due ragazzi e due adulti calabresi.

Parlando di ‘ndrangheta in Calabria ciò che attira l’attenzione non è la difficoltà con cui si affronta l’argomento bensì il modo in cui se ne parla: durante le conversazioni non è mai stato fatto il nome della ‘ndrangheta ma la si è nominata semplicemente, e riduttivamente, “mafia” oppure vi si faceva velatamente riferimento. I toni coi quali veniva introdotto l’argomento erano sommessi ed arricchiti da occhiate eloquenti. I ragazzi hanno raccontato una ‘ndrangheta potente e nascosta, tanto da portare uno di essi ad affermare che <la mafia si sente molto di più ora rispetto a qualche anno fa, che si pensava non ci fosse.> Ma perché si pensava non ci fosse? Per l’assenza di atti di violenza “tipici”, <la gente ha cominciato a capire fosse a Catanzaro quando hanno cominciato a bruciare macchine e sparare alle serrande anche qua, che prima non succedeva>. La ‘ndrangheta che raccontano è astuta, in grado non solo di nascondersi in piena vista ma anche di coesistere con altre realtà criminali e di sfruttarle. <La cosa è che poi ora la mafia veicola no? Vedi che una volta gli zingari rubavano auto, ora invece la mafia gli dà la droga da spacciare.> Queste consapevolezze sono dettate da fenomeni tristemente percepibili nella vita di tutti i giorni <Vedi che quando senti i fuochi d’artificio dal porto non è che c’è una festa, sono loro che avvertono gli spacciatori che la droga è arrivata… E la polizia cerca di intervenire, ma non è che possono appostarsi 24h al giorno finché non arriva…> In un simile contesto non è difficile parlare della malavita ma discuterne: c’è chi vuole affrontare un tema scomodo e storicamente importante per il territorio e chi invece preferisce, alla stregua di un ostinato e incurante struzzo, mettere la testa nella sabbia. <Però le cose a livello pratico non sono cambiate molto eh… Prima la gente diceva non ci fosse e ora che sanno che c’è la confondono.> La confusione si traduce in una indebita e fortunatissima generalizzazione ad un contesto di rilievo, ovvero quello politico: <una volta ad esempio s’era saputo di un arresto e quando ne parlavamo con la gente loro dicevano ma questa non è mafia, questa è politica…> 

Eppure questa libera interpretazione, a detta degli intervistati molto più diffusa nei paesini e nelle periferie, non è del tutto ingiustificata: lo stesso rapporto della Direzione Nazionale Antimafia fa chiaro riferimento alla pericolosa frequenza di legami tra crimine organizzato e professionisti, tanto che questo rapporti dettano le scelte strategiche dell’organizzazione. Un esempio si ha nella scomparsa, nel febbraio 2017, dei fondi statali destinati alle famiglie calabresi in difficoltà la cui gestione era stata –secondo le ricostruzioni- dirottata da Fincalabra a Calabria etica grazie alle pressioni dell’ex consigliere regionale Nazareno Salerno. Da qui i fondi sarebbero stati spostati su conti privati all’estero. E se la criminalità organizzata da un lato appare capace di concludere affari, stringere accordi e razziare con tanta orrenda efficienza la Calabria, dall’altra le attività antimafiose sul territorio, così come i procuratori che fanno della lotta alla mafia il proprio lavoro, non godono di un incondizionato rispetto. <Senza parlare dei movimenti antimafia, ogni tanto si organizzano per fare qualcosa anche di bello, tipo qualche mese fa avevano fatto un sit-in davanti alla questura… Ed erano tutti giovani, una cosa molto positiva eh, poi però la gente li guardava male, non li considerava nemmeno…> Il pericolo derivante da questa indifferenza è evidente perché da soli, una sola categoria di cittadini così come un solo procuratore, rischiano di rimanere fari isolati nel buio, un buio che si fa più fitto nelle periferie; <Che poi gente come Gratteri non può manco venire a Catanzaro Lido, nelle provincie e nelle periferie,> commenta a riguardo un intervistato, le spiegazioni mi giungono prontamente. <Sì perché quello è uno con le palle, arresta tutti e fa un lavoro enorme, ma in provincia la gente non lo sopporta e accetta la mafia capito? E quindi i procuratori non li tollerano.> 

La consapevolezza di una ‘ndrangheta diversa rispetto al passato è forte anche fra gli adulti, i quali fanno riferimento ad una criminalità organizzata che ha parzialmente abbandonato la feroce territorialità che la contraddistingueva nel corso degli anni ’70 e ’80. <Una volta erano molto più territoriali, non volevano che si segnassero i sentieri e ci buttavano via anche le indicazioni perché non volevano che la gente sapesse dove tenevano le persone per i sequestri, capisci?> Questo cambiamento è l’indicatore di un progressivo e sempre maggior interesse della ‘ndrangheta per gli investimenti, il riciclaggio di denaro e il narcotraffico <ora sono chiu [più] concentrati sulla droga, sul commercio, quelle zone le lasciano a morire ormai e lasciano segnare i sentieri, se vai sull’Aspromonte ora chi le conosce meglio sono i cacciatori di Vibo.> Il commercio diventa un’opportunità perfetta per esercitare una forma di controllo più sottile sul territorio, che mira a sfruttare le potenzialità turistiche della Calabria a proprio vantaggio. <E ora che non son più così chiusi sull’Aspromonte son più furbi però, e il turismo lo sfruttano no? Una volta andammo in un agriturismo bello e la cosa iniziò a puzzarci quando vedemmo che per quanto fosse ben tenuto il proprietario era lordu [maleducato], parlava male,> racconta una donna, alla quale poco dopo si aggiunge il coniuge che precisa <Sì era proprio un tamarro capito? E però noi avevamo la stanza bella, ben arredata e ci fecero pagare 65 euro in due vitto e alloggio… E ci fecero anche la ricevuta però vedi che in quei posti non guadagnano con il turismo, tanto si prendono i fondi regionali per tenerli aperti ma gli servono per riciclare, chissà quanta roba ci riciclano in posti così.>

Se da un lato l’Aspromonte è diventato più “accessibile” dall’altro la ‘ndrangheta esprime ancora una territorialità spiccata all’interno dei paesi, dove è comune essere studiati dagli abitanti. <Io andai a San Luca e tenni la macchina con la portiera aperta tanto non me la rubava nessuno. Incontrai questo che era nella forestale e aveva un bar, e la prima cosa che mi disse era che non c’era mafia lì. Era ovvio che mi stesse dicendo di cosa non dovevo parlare, in queste zone lontane si preoccupano di canuscerti [conoscerti] capito? Cercano di capire che non sei uno che indaga, che fa problemi e poi ti lasciano andare in giro. Poi magari ti offrono anche il caffè e non li puoi rifiutare, a volte ci mangi pure.> Queste affermazioni suggeriscono una realtà desolante, in cui essere una persona che china il capo, che non “indaga, che fa problemi”, viene premiato ed accettato mentre il “diverso”, la figura per eccellenza dell’ostracizzato, è proprio colui che non accetta tutto questo e che nel suo piccolo cerca di contrastarlo. 

Nonostante i punti d’incontro nella percezione della ‘ndrangheta, gli adulti hanno mostrato uno scetticismo maggiore riguardo la possibilità di sconfiggere la criminalità organizzata calabrese: per quanto i procuratori siano efficienti e le forze dell’ordine pronte ad arrestare, affermano che “loro” continueranno a portare avanti le attività indipendentemente dalla gravità del reato e gli stessi sequestri, vista l’entità dei capitali in possesso delle cosche, avranno un effetto relativo, poiché potranno essere sostituiti. Quella a cui fanno riferimento è una realtà criminale che ha costruito il suo potere in silenzio, cambiando di pari passo coi decenni. Quella a cui fanno riferimento è una ‘ndrangheta intelligente ed accorta, tanto potente da sembrare a tratti invincibile. Starà ad ognuno di noi dimostrar loro che si sbagliano.

Bibliografia e Sitografia

Ciconte, E. (2008). ‘Ndrangheta. Rubbettino.

Coppola, E., Giunta, S., Lo Verso, G. (2010). La ‘Ndrangheta tra la realtà detentiva e l’idealità organizzativa: una ricerca psicologico clinica. Rivista di Psicologia Clinica, N. 1.

D.N.A. (2017). Relazione Annuale sulle attività svolte dal Procuratore nazionale e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo nonché sulle dinamiche e strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso nel periodo 1 luglio 2015 – 30 giugno 2016.  Ministero degli Interni. 

Musolino, L. (2017). ‘Ndrangheta e fondi per i poveri, quando il politico arrestato chiese conto alla regione: “dove sono finiti i soldi?”. Il Fatto Quotidiano. 2 febbraio 2017. 

http://noi-italia.istat.it

La ‘ndrangheta è una minaccia ormai diffusa in tutto il territorio nazionale ed in molti paesi esteri. È una criminalità organizzata che si è rivelata di grande successo, cresciuta nell’omertà più completa degli ultimi decenni e capace di conquistarsi indisturbata potere, influenze e ricchezze.

Nonostante la forza e i capitali a disposizione della mafia calabrese essa, come sottolineato da recenti studi, non investe nel proprio territorio d’origine ed anzi utilizza la regione come un luogo di transito per i flussi economici derivanti dalle attività illecite, denaro che poi viene reinvestito in altre regioni o stati. Questa povertà “incoraggiata” dalla ‘ndrangheta è confermata dalle rilevazioni dell’ISTAT, che mostrano come la Calabria non solo sia la regione con il PIL pro capite più basso, ma anche quella con il più alto indice di povertà relativa. Certamente l’assenza di investimenti da parte della ‘ndrangheta nella sua terra di origine, investimenti che tuttavia essa è pronta a fare in quasi tutto il territorio italiano nonché in molti paesi esteri, non è la causa della povertà ma una importante conseguenza di un saccheggio storico e uno svilimento culturale di cui la regione è stata vittima nel corso dei secoli: Ciconte ricorda bene come la Calabria fosse considerata una terra inospitale già in era napoleonica, tanto che l’opinione comunemente diffusa voleva che la regione non fosse altro che un territorio selvaggio abitato da incivili e criminali. 

Ad esso seguì con l’unificazione d’Italia un saccheggio sistematico volto a spogliare di tutti i propri beni e risorse una regione conquistata con promesse di fratellanza e benessere, in virtù di un investimento sulle regioni del Nord che oggi appaiono tragicamente, e sorprendentemente, invase dall’organizzazione criminale figlia della regione più povera.

Questa premessa è necessaria a far comprendere come il contesto culturale calabrese sia differente anche e soprattutto in relazione ai sentimenti che una forte organizzazione criminale come la ‘ndrangheta e una storia regionale tribolata hanno generato nella cittadinanza, un contesto culturale che ho provato ad indagare mediante colloqui informali a due ragazzi e due adulti calabresi.

Parlando di ‘ndrangheta in Calabria ciò che attira l’attenzione non è la difficoltà con cui si affronta l’argomento bensì il modo in cui se ne parla: durante le conversazioni non è mai stato fatto il nome della ‘ndrangheta ma la si è nominata semplicemente, e riduttivamente, “mafia” oppure vi si faceva velatamente riferimento. I toni coi quali veniva introdotto l’argomento erano sommessi ed arricchiti da occhiate eloquenti. I ragazzi hanno raccontato una ‘ndrangheta potente e nascosta, tanto da portare uno di essi ad affermare che <la mafia si sente molto di più ora rispetto a qualche anno fa, che si pensava non ci fosse>.

Ma perché si pensava non ci fosse? Per l’assenza di atti di violenza “tipici”, <la gente ha cominciato a capire fosse a Catanzaro quando hanno cominciato a bruciare macchine e sparare alle serrande anche qua, che prima non succedeva>. La ‘ndrangheta che raccontano è astuta, in grado non solo di nascondersi in piena vista ma anche di coesistere con altre realtà criminali e di sfruttarle. <La cosa è che poi ora la mafia veicola no? Vedi che una volta gli zingari rubavano auto, ora invece la mafia gli dà la droga da spacciare>.

Queste consapevolezze sono dettate da fenomeni tristemente percepibili nella vita di tutti i giorni: <Vedi che quando senti i fuochi d’artificio dal porto non è che c’è una festa, sono loro che avvertono gli spacciatori che la droga è arrivata… E la polizia cerca di intervenire, ma non è che possono appostarsi 24h al giorno finché non arriva…>

In un simile contesto non è difficile parlare della malavita, ma discuterne: c’è chi vuole affrontare un tema scomodo e storicamente importante per il territorio e chi invece preferisce, alla stregua di un ostinato e incurante struzzo, mettere la testa nella sabbia. <Però le cose a livello pratico non sono cambiate molto eh… Prima la gente pensava non ci fosse e ora che sanno che c’è la confondono> La confusione si traduce in una indebita e fortunatissima generalizzazione ad un contesto di rilievo, ovvero quello politico: <una volta ad esempio s’era saputo di un arresto e quando ne parlavamo con la gente loro dicevano ma questa non è mafia, questa è politica…> 

Eppure questa libera interpretazione, a detta degli intervistati molto più diffusa nei paesini e nelle periferie, non è del tutto ingiustificata: lo stesso rapporto della Direzione Nazionale Antimafia fa chiaro riferimento alla pericolosa frequenza di legami tra crimine organizzato e professionisti, tanto che questo rapporti dettano le scelte strategiche dell’organizzazione. Un esempio si ha nella scomparsa, nel febbraio 2017, dei fondi statali destinati alle famiglie calabresi in difficoltà la cui gestione era stata –secondo le ricostruzioni- dirottata da Fincalabra a Calabria etica grazie alle pressioni dell’ex consigliere regionale Nazareno Salerno. Da qui i fondi sarebbero stati spostati su conti privati all’estero. E se la criminalità organizzata da un lato appare capace di concludere affari, stringere accordi e razziare con tanta orrenda efficienza la Calabria, dall’altra le attività antimafiose sul territorio, così come i Procuratori che fanno della lotta alla mafia il proprio lavoro, non godono di un incondizionato rispetto. <Senza parlare dei movimenti antimafia, ogni tanto si organizzano per fare qualcosa anche di bello, tipo qualche mese fa avevano fatto un sit-in davanti alla questura… Ed erano tutti giovani, una cosa molto positiva eh, poi però la gente li guardava male, non li considerava nemmeno…>. Il pericolo derivante da questa indifferenza è evidente perché da soli, una sola categoria di cittadini così come un solo Procuratore, rischiano di rimanere fari isolati nel buio, un buio che si fa più fitto nelle periferie; <Che poi gente come Gratteri non può manco venire a Catanzaro Lido, nelle provincie e nelle periferie> commenta a riguardo un intervistato, le spiegazioni mi giungono prontamente. <Sì perché quello è uno con le palle, arresta tutti e fa un lavoro enorme, ma in provincia la gente non lo sopporta e accetta la mafia capito? E quindi i procuratori non li tollerano> 

La consapevolezza di una ‘ndrangheta diversa rispetto al passato è forte anche fra gli adulti, i quali fanno riferimento ad una criminalità organizzata che ha parzialmente abbandonato la feroce territorialità che la contraddistingueva nel corso degli anni ’70 e ’80. <Una volta erano molto più territoriali, non volevano che si segnassero i sentieri e ci buttavano via anche le indicazioni perché non volevano che la gente sapesse dove tenevano le persone per i sequestri, capisci?> Questo cambiamento è l’indicatore di un progressivo e sempre maggior interesse della ‘ndrangheta per gli investimenti, il riciclaggio di denaro e il narcotraffico <ora sono chiu [più] concentrati sulla droga, sul commercio, quelle zone le lasciano a morire ormai e lasciano segnare i sentieri, se vai sull’Aspromonte ora chi le conosce meglio sono i cacciatori di Vibo>. Il commercio diventa un’opportunità perfetta per esercitare una forma di controllo più sottile sul territorio, che mira a sfruttare le potenzialità turistiche della Calabria a proprio vantaggio. <E ora che non son più così chiusi sull’Aspromonte son più furbi però, e il turismo lo sfruttano no? Una volta andammo in un agriturismo bello e la cosa iniziò a puzzarci quando vedemmo che per quanto fosse ben tenuto il proprietario era lordu [maleducato], parlava male> racconta una donna, alla quale poco dopo si aggiunge il coniuge che precisa <Sì era proprio un tamarro capito? E però noi avevamo la stanza bella, ben arredata e ci fecero pagare 65 euro in due vitto e alloggio… E ci fecero anche la ricevuta però vedi che in quei posti non guadagnano con il turismo, tanto si prendono i fondi regionali per tenerli aperti ma gli servono per riciclare, chissà quanta roba ci riciclano in posti così>

Se da un lato l’Aspromonte è diventato più “accessibile” dall’altro la ‘ndrangheta esprime ancora una territorialità spiccata all’interno dei paesi, dove è comune essere studiati dagli abitanti. <Io andai a San Luca e tenni la macchina con la portiera aperta tanto non me la rubava nessuno. Incontrai questo che era nella forestale e aveva un bar, e la prima cosa che mi disse era che non c’era mafia lì. Era ovvio che mi stesse dicendo di cosa non dovevo parlare, in queste zone lontane si preoccupano di canuscerti [conoscerti] capito? Cercano di capire che non sei uno che indaga, che fa problemi e poi ti lasciano andare in giro. Poi magari ti offrono anche il caffè e non li puoi rifiutare, a volte ci mangi pure>. Queste affermazioni suggeriscono una realtà desolante, in cui essere una persona che china il capo, che non “indaga, che fa problemi”, viene premiato ed accettato mentre il “diverso”, la figura per eccellenza dell’ostracizzato, è proprio colui che non accetta tutto questo e che nel suo piccolo cerca di contrastarlo. 

Nonostante i punti d’incontro nella percezione della ‘ndrangheta, gli adulti hanno mostrato uno scetticismo maggiore riguardo la possibilità di sconfiggere la criminalità organizzata calabrese: per quanto i Procuratori siano efficienti e le forze dell’ordine pronte ad arrestare, affermano che “loro” continueranno a portare avanti le attività indipendentemente dalla gravità del reato e gli stessi sequestri, vista l’entità dei capitali in possesso delle cosche, avranno un effetto relativo, poiché potranno essere sostituiti. Quella a cui fanno riferimento è una realtà criminale che ha costruito il suo potere in silenzio, cambiando di pari passo coi decenni. Quella a cui fanno riferimento è una ‘ndrangheta intelligente ed accorta, tanto potente da sembrare a tratti invincibile. Starà ad ognuno di noi dimostrar loro che si sbagliano.

Bibliografia e Sitografia

Ciconte, E. (2008). ‘Ndrangheta. Rubbettino.

Coppola, E., Giunta, S., Lo Verso, G. (2010). La ‘Ndrangheta tra la realtà detentiva e l’idealità organizzativa: una ricerca psicologico clinica. Rivista di Psicologia Clinica, N. 1.

D.N.A. (2017). Relazione Annuale sulle attività svolte dal Procuratore nazionale e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo nonché sulle dinamiche e strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso nel periodo 1 luglio 2015 – 30 giugno 2016.  Ministero degli Interni. 

Musolino, L. (2017). ‘Ndrangheta e fondi per i poveri, quando il politico arrestato chiese conto alla regione: “dove sono finiti i soldi?”. Il Fatto Quotidiano. 2 febbraio 2017. 

http://noi-italia.istat.it