Che cosa hanno in comune Lavagna e Bratislava? Apparentemente nulla, se non il fatto di essere state oggetto delle mire espansionistiche degli ‘ndranghetisti originari di Condofuri (RC). Se non il fatto di aver dimostrato l‘intreccio diabolico tra potere mafioso, economico e politico. A Lavagna però non si spara; a Bratislava sì. Tra il 22 e il 25 Febbraio alcuni sicari occulti hanno ucciso il giornalista Jan Kuciak assieme alla fidanzata Martina Kusnirova. Quello stesso giornalista che stava indagando sulle attività illecite gestite e amministrate dalle famiglie ‘ndranghetiste emigrate sul suolo slavo, e che inoltre stava facendo luce sui rapporti tra il partito attualmente a capo del governo, lo Smer, e le stesse famiglie, tutte originarie della Calabria. Sebbene le circostanze dell’attentato siano ancora del tutto da chiarire, le indagini, a quanto si capisce dalle pubbliche dichiarazioni rilasciate dal comandante in carica della polizia slovacca, Tibor Gaspar, sembrano completamente indirizzate verso un’unica spiegazione: il movente politico-mafioso. A nulla sono valse infatti le recenti dimissioni del consigliere di Stato Maria Troskova, del premier Robert Fico e di altri due ministri dell’esecutivo da lui rappresentato, per sedare in qualche modo la profonda indignazione impressa nell’anima di un popolo che ha infuocanto le piazze in cerca di giustizia. L’omicidio di Jan Kuciak (che peraltro aveva già partecipato nel 2016 all’inchiesta dei Panama Papers) si inserisce pienamente in un contesto socio-criminale dominato ormai dall’egemonia della ‘Ndrangheta, il cui potere si estende come noto fino alle coste dell’Australia e ai laghi del Canada. Un potere incontrastato, che non si pone alcuno scrupolo nel sottomettere alla propria autorità addirittura i massimi vertici di una nazione. Lo abbiamo constatato nel nostro scenario politico, nei Balcani, in Oceania, e adesso lo vediamo ricapitare nuovamente in Slovacchia.
Solo pochi mese fa era toccato ad un’altra giornalista, la maltese Dafne Caruana Galizia: stava portando avanti un’inchiesta riguardante il traffico di esseri umani nell’area centrale del Mediterraneo e la corruzione politica-mafiosa necessaria per il conseguimento di tali attività. Chi l’ha uccisa? Per volontà di chi è stata fatta saltare in aria con una bomba nascosta all’interno dell’autovettura che stava guidando, in pieno stile stragista? Cinque mesi sono trascorsi, nessuna risposta è giunta.
Storie di coraggio e sacrificio, come quelle che abbiamo vissuto da più vicino. Come quella di Mino Pecorelli, direttore dell’OP-Osservatorio Politico, che nel pieno delle indagini sul caso Moro viene ammazzato a colpi di kalashnikov da un commando della Banda della Magliana. Oppure quella di Ilaria Alpi e del suo cameraman Miran Hrovatin, entrambi inviati speciali per il TG3 in Somalia, nonché investigatori in materia di rapporti Stato-criminalità organizzata finalizzati al  contrabbando internazionale di armi. E poi Mauro de Mauro, Mario Francese, Mauro Rostagno…
Jan Kuciak si era spinto al di là di ogni limite immaginabile, in un Paese dove il reato d’associazione mafiosa non è formalmente riconosciuto. I suoi articoli stavano aprendo gli occhi di migliaia di lettori su un mondo sommerso, dentro al quale economia, istituzioni e criminalità organizzata camminano spesso a braccetto.
Kuciak aveva ricostruito che in terra slovacca operavano per conto della ‘ndrangheta principalmente quattro famiglie provenienti dalla Calabria: i Vadalà, i Cinnante, i Rodà e i Catropove.
Queste quattro famiglie avevano dato vita nell’ex Cecoslovacchia a una rete di imprese attive nel campo dell’agricoltura e del fotovoltaico con un unico intento: riciclare le ingenti quantità di denaro accumulate in patria dagli omonimi clan italiani tramite attività illecite, quali il traffico di cocaina e di armi, sfruttando a proprio vantaggio le lacune e le vulnerabilità del tessuto economico e sociale slovacco, ancora provato dai quarantacinque anni di regime comunista.
Accedendo alle erogazioni dei fondi europei in agricoltura e nell’innovazione tecnologica attraverso la falsificazione dei requisiti necessari richiesti (chiedendo e ottenendo per esempio pagamenti relativi a terreni otto volte più grandi di quelli effettivamente coltivati), essi avrebbero, sempre secondo l’inchiesta, impiegato questo capitale nell’eventuale corruzione delle più alte cariche dello Stato e nel finanziamento illecito delle loro campagne elettorali. È così che comincia il valzer delle riverenze, un perpetuo scambio di favori oltre qualsiasi cognizione tra significative personalità della politica nazionale e presunti ‘ndranghetisti. Antonino Vadalà, esponente di punta nell’omonimo clan, è stato uno dei maggiori sostenitori dello Smer nella fase antecedente alle elezioni politiche, mentre la sua contabile, Monika Corejovà, si è addirittura candidata nelle file del partito. Maria Troskova, (ex) responsabile dell’ufficio del primo ministro, in passato invece aveva aperto una società, la Gia Management, insieme a Vadalà stesso, conoscendo negli anni a venire un rapido e alquanto insolito slancio nella carriera politica. Dagli ultimi interrogatori di polizia è inoltre emerso che il presunto boss “fuoriporta” sarebbe persino arrivato ad assumere il controllo di tutti i posti di blocco che circondano Bratislava.
Nella fase immediatamente successiva il giornalista si cimenta nella derivazione precisa di tali capitali. È stato provato in sentenze dell’Autorità Giudiziaria, scrive infatti Kuciak, che le società calabro-slovacche hanno ricevuto nel corso degli ultimi anni somme di denaro liquido (liquido per esplicita richiesta delle famiglie coinvolte) direttamente dall’Italia, in particolare da Condofuri (RC). Denaro che, appena varcato il confine, scompare improvvisamente, dileguandosi in un labirinto di corruzione, riciclaggio e iniziative imprenditoriali. È addentrandosi in questo cupo labirinto che Jan Kuciak ha incontrato la morte.
Questi, ovviamente, sono i risultati essenziali di una lunga ed estenuante indagine che chiama in causa una miriade di nomi “d’onore” e “menti raffinatissime” indispensabili per il funzionamento della macchina politico-economica slovacca. In un contesto del genere, non sono mancate le accuse alla magistratura italiana, incolpata di non aver segnalato alla polizia slovacca la particolare qualità delle famiglie calabresi operanti in Slovacchia. Del resto, in tutte le nazioni dell’ex blocco sovietico il reato di associazione mafiosa non esiste proprio. Così come in Germania, che sembra non avere ancora imparato la lezione della strage di Duisburg. Se ci spostiamo poi nel Nuovo Continente, di certo, la situazione non cambia. Tredici superlatitanti ricercati dalla polizia italiana sono attualmente vivi e vegeti in Canada con tanto di incolumità assicurata dal governo.
Come ha dichiarato il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri in un’intervista dopo l’omicidio Kuciak, la Ndrangheta, in particolare, è diventata ormai capace di raggiungere qualsiasi Stato con una qualsiasi condizione economica e sociale. E tutto ciò “grazie” alla trasparenza delle attività illecite e dei molteplici rapporti col mondo della politica. L’omicidio di Jan Kuciak è avvenuto in un momento nel quale, tra le mura delle corti europee e del parlamento di Strasburgo, si sta discutendo sulla possibilità di estendere il reato di 416 bis a tutti i Paesi dell’UE. Sarebbe quanto mai necessario per condurre una lotta realmente efficace e sistematica alle organizzazioni criminali, il cui raggio d’azione ha da tempo valicato le Alpi. Da Condofuri a Bratislava, passando per Lavagna, il passo è breve.