Da qualche anno a Genova fa sempre più parlare di sé, per consistenza e singolarità, la confisca Canfarotta-Lo Re del 2014, citata persino dal neo Ministro degli Interni in visita in città a metà giugno. Ma a fine maggio un’altra confisca è saltata agli onori della cronaca locale, più convenzionale per panorama nazionale ma indubbiamente degna di nota in Liguria: la misura di prevenzione che vede protagonista indiscusso Roberto Sechi.

I Fiandaca, le bische clandestine e i videopoker

Roberto “Chicco” Sechi nasce a Genova il 27/4/1966; almeno sin dall’inizio degli anni ’90 è un affiliato della “decina” genovese dei fratelli Fiandaca. Diversi processi degli anni ’90 testimoniano l’esistenza, fin dal decennio precedente, di questa emanazione diretta del potente clan di Giuseppe “Piddu” Madonia, boss a Caltanissetta per Cosa Nostra.

In particolare, la sentenza della Cassazione dell’11/07/2003 (che conferma la sentenza della Corte d’Appello di Genova dell’11/3/2002) ci racconta le attività della decina dei fratelli Salvatore, Gaetano e Pietro Fiandaca: il giro delle scommesse clandestine, del totocalcio illegale (il cosiddetto “totonero”), il giro della prostituzione e dello spaccio di stupefacenti, l’usura, fino alla commissione di omicidi. Degna di nota è l’attività nel settore dei videopoker:

[…]nella specie è pacifico (per non essere stato contestato da nessuno e per essere stato ammesso dallo stesso Pietro Fiandaca) che ad un certo punto l’ associazione, si introdusse, nel settore dei videogiochi mediante la partecipazione e la cointeressenza in società, perfettamente lecite, che curavano l’installazione e la gestione degli apparecchi elettronici, come la “New Sistem”, la “Fantamagi”e la “Ventura”. […] poi gli apparecchi installati, apparentemente conformi a legge [erano] stati contraffatti per consentire il gioco illecito del “videopoker”[…]”

ed ancora:

“[…]la forza di intimidazione promanante dal sodalizio era chiaramente percepibile in certi settori ed ambienti – come quelli delle bische clandestine, del traffico di sostanze stupefacenti, del lotto e del totocalcio clandestini, dell’usura ed infine della installazione e gestione degli apparecchi elettronici per “videopoker” – nei quali tale forza si era affermata mediante la perpetrazione di omicidi, aggressioni, prevaricazioni, violenze, minacce, “avvertimenti”, “pestaggi” ecc., e in alcuni di essi tale forza era fortemente percepita, tant’è che alcune persone avevano esplicitamente fatto presente alle forze di polizia, con le cautele che siffatte dichiarazioni comportavano, che “dietro le macchinette elettroniche vi era la mafia”;
[…] la condizione di assoggettamento, interna ed esterna, e di omertà, quale derivazione da tale forza, era dimostrata dal fatto che moltissimi gestore di bar ed esercizi pubblici in genere, a partire da un certo momento in poi , avevano, accettato o subito la collocazione nei loro locali di apparecchi elettronici per “videogames”, trasformati in “videopoker”, da parte di ditte riconducibili a Fiandaca, in luogo di quelli recentemente installati;
[…] il controllo del territorio era deducibile dal fatto che lo stesso era stato diviso in zone di influenza e che venivano attuate spedizioni punitive nei confronti di coloro che tentavano di insinuarsi nelle zone di influenza controllate dalla cosca. […]”

La sopracitata sentenza della Cassazione evidenzia come Sechi non fosse un semplice uomo a libro paga della decina, ma un vero e proprio sodale del gruppo, sebbene non fosse come gli altri di provenienza gelese o nissena.
A confermarlo è il collaboratore di giustizia Marco Cinello, già autista e uomo di fiducia tuttofare dei fratelli Fiandaca, che ci indica quale fosse il delicato ruolo di Sechi, cioè quello di riscuotere i proventi delle scommesse clandestine. Sechi era talmente ben inserito nella cosca che era considerato quasi pari grado a Pietro Fiandaca, il terzo fratello del clan:

“A smentire tale assunto, la sentenza impugnata riporta anzitutto le dichiarazioni dei Cinello, il quale, nel descrivere la nomenclatura del clan, inserisce il Sechi fra coloro che “lavoravano” per i fratelli Fiandaca sin da quando gli stessi si occupavano di totocalcio e di lotto clandestini (e cioè […] a partire dagli anni novanta), essendosi solo successivamente occupati di apparecchi “videopoker”, e faceva parte della “batteria” di Pietro Fiandaca come raccoglitore delle scommesse clandestine […]”
ed ancora:
“hanno concluso motivatamene e convincentemente che il Sechi era un intraneo della cosca, perché era divenuto un personaggio di primaria importanza in seno all’organizzazione, quasi alla pari con Pietro Fiandaca, aveva una certa autonomia decisionale e non percepiva un compenso fisso, ma partecipava alla divisione degli utili, aveva l’obbligo di versarne una parte per i carcerati e, quando si trattava di dargli man forte, in suo favore si muovevano anche i capi”.

I Fiandaca non sono l’unica decina genovese di Cosa Nostra, si citino gli Emmanuello e quella di Emanuele Monachella e Vincenzo Morso; tra le realtà vi era un rapporto di collaborazione e di suddivisione degli affari, ma non senza attriti: nel 1997, a confermare lo stretto coinvolgimento di Sechi, Monachella esplose dei colpi di pistola all’indirizzo di Salvatore Fiandaca e proprio dello stesso Roberto Sechi.

Le creperie e la confisca
Condannato a 4 anni e 8 mesi per associazione mafiosa, Sechi è effettivamente recluso dal 2000 al 2003.
Una volta scagionato, dà vita ad un sistema economico di tutto rispetto: nel 2004 fonda una prima ditta omonima, la Sechi s.n.c., con sede in via Caffa 27r, nel quartiere della Foce, all’angolo con Piazza Alimonda, con licenza per la vendita di prodotti farinacei e cous cous.
Nel 2008 tale ditta viene sostituita dalla Chicco s.n.c, dal soprannome di Sechi, nella quale entra anche la moglie, Sara Viscardi; cambia la licenza di vendita, da farinacei e cous cous a crêpes, col nome di “Chicco 1”. Aprono anche una seconda creperia, “Chicco 2”, con accessi da via Cervignano 4r e Corso De Stefanis 121r, dietro lo stadio Luigi Ferraris a Marassi.
Grazie anche alla posizione strategica dei due locali, le creperie diventano subito molto popolari e frequentate.

Tuttavia, con l’ordinanza 604/2010, emanata il 9/11/2010 dal Tribunale di Genova e divenuta definitiva il 30/3/2012, viene evidenziata una pesante sperequazione patrimoniale tra il patrimonio dichiarato ed il dimostrato, e quindi decretata la confisca di beni mobili e immobili a Roberto Sechi per un valore di circa un milione di euro. Nello specifico i prevenuti sono Mafalda Podestà, Stefano Sechi, Sara Viscardi, Danilo Dotti, Roberto Sechi, Mario Ernesto Sechi, praticamente tutti parenti di Roberto.
Oggetto della confisca sono quattro immobili: uno a San Fruttuoso, in via Sotto il Monte 30/2, dove abitava con la moglie (e risultava la residenza ufficiale di quest’ultima); piano terra, valutato 330mila €, 6,5 vani catastali. Tre invece nella zona di Principe/Pré, in Salita San Paolo 6/11-12-13A; quarto piano (terzo fuori terra), in una palazzina in cattive condizioni; erano stati ereditati dalla nonna di Sechi, Mafalda Podestà, che prima li utilizzava come pensione, la Locanda Lucia. Anche se ufficialmente erano la residenza di ”Chicco”, grazie ad una testimonianza è stato appurato che questi ultimi tre immobili erano stati usati per lo sfruttamento della prostituzione.
Oltre a diversi beni mobili (una Golf, una Smart e due scooter), viene anche confiscata la Chicco S.n.c., quindi entrambe le creperie. Le attività sono quindi affidate in comodato dal Tribunale, che designa, si legge nel decreto, il commercialista genovese Franco Garibotti. Nell’estratto dal Registro Imprese della Camera di Commercio di giugno 2014 compare invece il nome di un altro commercialista, Francesco Perna, che affida a Hanna Kapcsulak, donna di origini rumene precedentemente dipendente della ditta, la gestione dell’attività.
La storia sembra essersi conclusa con un lieto fine: nel marzo 2016 Il Secolo XIX pubblica un articolo sulle creperie dal sommario decisamente ottimista: “In Via Caffa e corso De Stefanis l’unica azienda confiscata alla mafia che dà lavoro”.

La ri-confisca del 2018

Purtroppo la vicenda ha un secondo capitolo: nel giugno del 2016 un affiliato al clan Fiandaca, il 45enne Rocco Falsaperla, viene arrestato a Genova, accusato di diverse tentate estorsioni culminate poi nel tentato omicidio il mese prima (tra il 14 ed il 16 maggio) di Gianni Calignano, un imprenditore di Nardò (in provincia di Lecce). Falsaperla aveva agito per conto dei Russo, famiglia salentina con appoggi sia nella Sacra Corona Unita che in Cosa Nostra; a Genova trovò rifugio proprio presso Roberto Sechi, che gli offrì di lavorare in nero nella sua nuova creperia di Via San Vincenzo, ufficialmente gestita dalla moglie, e di soggiornare nell’appartamento al primo piano sopra il locale.
È chiaro quindi che Sechi dopo la confisca del 2012 non aveva affatto cambiato le proprie frequentazioni.

La conseguente segnalazione della Procura di Lecce dà il via ad un complessa indagine denominata “Tris di Donne”, condotta dai militari della Polizia Giudiziaria di Genova guidati da Maurizio Panzironi e dalla compagnia di Alba Adriatica (TE). L’indagine si conclude la mattina del 23 maggio 2018 con l’esecuzione alla misura cautelare della custodia in carcere per Roberto Sechi, e fa emergere che Sechi non aveva smesso di gestire le due vecchie creperie, e che aveva continuato percepire i proventi delle due attività grazie a dei prestanomi, tra i quali anche l’ex dipendente Hanna Kapcsulak alla quale era stata lasciata la gestione dell’attività in Via Caffa.
L’accusa è quella di trasferimento fraudolento di valori in concorso, ma sembra si possa configurare anche il reato di riciclaggio vero e proprio.

L’indagine coinvolge oltre Sechi altre 13 persone, tutte oggetto di perquisizione domiciliare, e porta al sequestro di beni per circa 700mila € tra 5 società, 6 attività commerciali, 5 conti correnti e 2 auto e moto (una Golf Gtd e una Bmw 1220R): oltre al ri-sequestro delle due creperie di Via Caffa e Corso De Stefanis, sono sequestrate 3 nuove attività, che Sechi aveva aperto dal 2012, tutte popolari e frequentate: la già citata Creperia Chicco in Via San Vincenzo 98r, un’altra creperia ed hamburgeria, “Mikamale”, in Via Orlando Bianchi 22r alla Foce, e l’autolavaggio Autowash in Via Paggi 47 a San Fruttuoso.
Sechi si era inoltre infiltrato in una sala scommesse a marchio GoldBet sempre in zona Foce, in via Casaregis 60r-62r, finanziandola e pagando le vincite, settore che conosceva bene da 30 anni; anche questa è oggetto di sequestro. Tutto questo sfruttando sempre prestanome.

 

Conclusioni e riflessioni

La vicenda, al di là del confermare ancora una volta, purtroppo, che le infiltrazioni mafiose sono radicate da tempo e non sembrano destinate a cessare a Genova, è interessante principalmente per due motivi.

Il fatto che un uomo come Roberto Sechi, ben noto alle aule di giustizia come storico affiliato di uno dei più potenti clan di Cosa Nostra a Genova, sia riuscito, una volta uscito dal carcere, a tornare a gestire con un sistema di prestanome le due creperie confiscategli, e lo abbia fatto apparentemente con relativa facilità, è un chiaro segnale di quanto sia importante potenziare ed efficientare il percorso di confisca. Sicuramente i tempi molto lunghi che tutti i percorsi di riassegnazione dei beni confiscati in Italia subiscono non aiutano ad ostacolare il verificarsi di simili fenomeni, che hanno come più grave e triste conseguenza quella di far perdere fiducia all’opinione pubblica nel riuso sociale del beni confiscati alle mafie.
Forse può evidenziare anche una scarsa consapevolezza e preparazione sul radicamento del fenomeno mafioso a Genova ed una scarsa esperienza nella gestione delle aziende confiscate di chi ha avuto un ruolo nei passaggi più delicati della gestione.

In secundis è il primo caso a Genova, e tra i primi in Liguria, di grossa confisca di aziende, peraltro alcune ben avviate e funzionanti. L’auspicio è quello che, stavolta per davvero, le aziende diventino beni confiscati che danno lavoro in città, e diano vita ad attività a finalità sociali come le tante realtà positive che animano altre città italiane (come la pizzeria Fiore Cucina a Lecco o il ristorante Cambio Rotta di Altavilla Milicia ecc… ).

Uno dei luoghi colpiti ha poi un valore simbolico enorme, quasi iconico: il centro scommesse Goldbet di Via Casaregis; dimostrazione tangibile di come la criminalità organizzata si annidi nel mondo delle scommesse e del gioco d’azzardo, e lo faccia da parecchi anni con continuità, come d’altronde dimostra la stessa biografia di Roberto Sechi.

Si segnala GenovaToday del 23/5/18: http://www.genovatoday.it/cronaca/arresto-sequestro-roberto-sechi.html

Mappatura dei beni della confisca Sechi