Come auspicato da più parti, e ordinato dalla Cassazione, la Corte d’Appello di Genova in diversa composizione (Pres. Vidali, Cons. Papillo e Panicucci) è tornata a pronunciarsi sulla responsabilità di alcuni imputati del processo La Svolta (essenzialmente i quattro “bordigotti”), correggendo il grave vulnus contenuto nella prima pronuncia di secondo grado datata 10 dicembre 2015.
In allora era stata sostanzialmente confermata la sentenza del Tribunale di Imperia, con riferimento al gruppo malavitoso di Ventimiglia, mentre era stato radicalmente negato il locale di Bordighera.
La Suprema Corte, con il verdetto del 14.9.2017, aveva respinto i ricorsi degli imputati di Ventimiglia, determinando il passaggio in giudicato delle loro condanne; nel contempo, aveva annullato con rinvio le assoluzioni pronunciate nei confronti di Maurizio, Roberto, Giovanni Pellegrino e Antonino Barilaro, già condannati del resto in primo grado. Annullate con rinvio anche alcune posizioni su Ventimiglia, relative a Cosentino, quanto al reato associativo, e a Marcianò Vincenzo cl. ‘48 e Allavena, in relazione al solo millantato credito.
Con la sentenza di “Appello bis”, depositata in data 25.1.2019 si chiude dunque, con buona probabilità, la vicenda processuale (salvo colpi di scena in Cassazione…); e si chiude nel modo in cui era cominciata, quel lontano 7 ottobre 2014: con la storica pronuncia del Tribunale di Imperia, che per la prima volta nella storia giudiziaria della nostra Regione aveva accertato la presenza della ‘ndrangheta nel ponente ligure, nei due locali di Bordighera e Ventimiglia.
Come noto ai più, la questione controversa che ha segnato l’intero procedimento (sin dalla fase cautelare) concerneva l’identificazione di un secondo “locale” a Bordighera (il “capo a-bis” dell’imputazione), oltre a quello di Ventimiglia (“capo A”), in luogo di un’unica struttura.
La corte d’Appello, in un primo tempo, aveva negato la sussistenza di una seconda cellula di ‘ndrangheta operante su Bordighera (sebbene dalle indagini risultasse la più violenta!).
In un secondo tempo, chiamata a pronunciarsi in sede di rinvio – a seguito dell’annullamento disposto dalla Cassazione – la Corte d’Appello di Genova si è dovuta attenere scrupolosamente ai principi di diritto enucleati nel giudizio rescindente.
Nel dettaglio:
Cosentino Giuseppe, assolto per non aver commesso il fatto nel primo giudizio di Appello, viene ora condannato: la sua posizione si gioca su una decina di conversazioni con il boss Giuseppe Marcianò, intercettate dagli inquirenti. La Corte si richiama al giudicato calato sull’esistenza della cellula ‘ndranghetista a Ventimiglia, dato giudiziario e storico non più controvertibile. Valorizza inoltre in capo all’imputato, pur in assenza di specifici reati fine, la piena comunanza di vita con i soggetti condannati, la condivisione di esperienze, i rapporti intessuti con la “Mamma” Calabria. Consentino era senz’altro “a disposizione” del sodalizio e tanto basta, in ossequio alla giurisprudenza consolidata, per ritenere provata la partecipazione dello stesso all’associazione mafiosa.
-In relazione al capo a) bis, la Corte sottolinea anzitutto che “i capi” della cellula di Bordighera (Michele Ciricosta, Benito Pepé, Francesco e Fortunato Barilaro), imputati in Maglio 3, sono stati condannati nell’ottobre del 2018 dalla Corte d’Appello di Genova (a seguito dell’annullamento delle assoluzioni disposto dalla Suprema Corte il 4 aprile 2017). E’ giunto il momento, dunque, di chiudere la partita anche per “i partecipi”, imputati nella Svolta.
La Cassazione aveva rilevato il vizio di parcellizzazione della prova, la mancata visione unitaria. La Corte d’Appello, dunque, è chiamata a rivalutare il materiale probatorio raccolto: questa volta evidenzia i rapporti familiari, tipici delle cellule ‘ndranghetiste (Maurizio Pellegrino ha sposato la figlia di Benito Pepé, Giovanni Pellegrino la figlia di Francesco Barilaro); valorizza i precedenti penali dei fratelli Pellegrino, in materia di droga, prostituzione e minaccia (Giovanni), favoreggiamento, tentata estorsione, lesioni, droga e armi (Maurizio); armi, incendio e droga (Roberto).
Brevemente vengono passati in rassegna, inoltre, gli episodi più significativi volti a documentare il “metodo mafioso” utilizzato dai bordigotti: le minacce a giornalisti/assessori, l’estorsione/usura all’imprenditore agricolo Andreotti, l’omertà della teste Mocci. Il gruppo di Bordighera ricorre sistematicamente alla violenza e alla sopraffazione, dimostrando di essere tutto fuorché una mafia silente.
Il collegio si richiama alla giurisprudenza recente in materia di prova dell’associazione mafiosa, con riferimento ai sodalizi delocalizzati: compito del giudice è dimostrare l’elemento organizzativo (l’esistenza del “locale”, con distribuzione di cariche, riti di affiliazione, compiti specifici e obiettivi tipici), anche a scapito del tradizionale apparato strumentale (intimidazione, assoggettamento, omertà), che si considera implicitamente provato in quanto discendente dall’organizzazione madre, stanziata in Calabria.
La Corte chiosa puntualmente: “Alla replica del modello consegue la condivisione strumentale del metodo e della finalità di infiltrazione nella zona di insediamento”
Un metodo non mafioso, per la ‘ndrangheta, è un ossimoro: tuttavia, “metodo mafioso” non significa necessariamente utilizzo concreto della violenza; talora la violenza non serve, è sufficiente un’occhiata, un’intimidazione larvata, la “mera spendita del nome del consesso malavitoso”. Anzi, a ben vedere – come colgono correttamente i giudici – quanto più un gruppo è potente, tanto meno suscita clamore. A Ventimiglia, i vecchi boss che godevano di maggiore prestigio non ricorrevano quasi mai a manifestazioni eclatanti; i giovani di Bordighera, invece, ancora bisognosi di affermarsi appieno, scadono spesso nelle esplicite angherie.
Ciò ha provocato, del resto, una certa irritazione del gruppo intemelio nei confronti dei nuovi metodi dei Pellegrino (“hanno rovinato tutto” si lasciano scappare, chiacchierando, i Marcianò).
Ed ecco il cuore della sentenza: “La predicata unitarietà dei sodalizi non è contraddetta dal tenore letterale di queste ultime (le imputazioni sdoppiate ndr), che riconducono tutte le condotte partecipative all’unica organizzazione criminale di riferimento, la ‘ndrangheta, la cui natura unitaria è stata affermata nell’ambito del processo Crimine”.
Insomma, la ‘ndrangheta è una, da S. Luca in Aspromonte, sino alla Liguria, al Canada e all’Australia; nel ponente ligure però, più precisamente, è possibile ravvisare due gruppi, lo storico locale di Ventimiglia (che gode di maggiore autorevolezza) e quello di Bordighera (di più recente consolidazione e caratterizzato da una libertà di iniziativa variabile).
Infine, vengono ripristinate le misure ablatorie patrimoniali già previste in primo grado (le numerose confische).
In sintesi, la Corte d’Appello dichiara di non doversi procedere nei confronti di Marcianò cl. ‘48 e Allavena per il reato di millantato credito, perché prescritto; condanna Pellegrino Roberto a 9 anni e 3 mesi, Maurizio Pellegrino a 10 anni; conferma le condanne di primo grado già emesse nei confronti di Barilaro Antonino, Pellegrino Giovanni e Cosentino Giuseppe.
La Svolta è completa.