E’ il 26 Febbraio 2014 quando la Corte di Cassazione rigetta definitivamente i ricorsi dei prevenuti, rendendo definitive le misure ablative nei confronti  di Benito e Salvatore Canfarotta e di Filippa Lo Re (quest’ultima coniuge del primo): 115 Locali, 96 dei quali si trovano a Genova (centro storico, Maddalena, Sturla, Coronata e Sampierdarena); è la maxiconfisca Canfarotta, la più grande confisca ai danni della criminalità organizzata mai avvenuta in una città del Nord Italia con un solo provvedimento.

Il valore complessivo dei beni, dei conti correnti e delle auto che rientrano nella confisca ammonta a circa 5 milioni di euro.
La maggior parte degli immobili veniva affittata a prezzi esorbitanti a persone in difficoltà (specialmente stranieri irregolari) o utilizzata per l’esercizio della prostituzione (reato, quest’ultimo, per il quale Benito Canfarotta è già stato condannato con sentenza passata in giudicato).

In ossequio alla  legge 109/1996, dovrebbe ora procedersi alla riassegnazione di tali ricchezze, illecitamente accumulate, a quei soggetti – Comuni, Province e Regioni; associazioni, cooperative – in grado di restituirli alla cittadinanza, attraverso un riutilizzo a fini sociali.

Purtroppo, il destino dei beni confiscati alla criminalità organizzata (e specialmente ai condannati per 416Bis – Associazione di tipo mafioso) è spesso incerto ed estremamente travagliato si rivela il percorso di riappropriazione da parte della comunità. Sempre nel centro storico di Genova, merita di essere menzionato il piccolo basso di Vico Mele 14, confiscato al trafficante di droga Rosario Caci (affiliato a una decina di Cosa Nostra), che oggi ospita una bottega solidale denominata “In Scia Stradda“.

I beni Canfarotta, invece, prevalentemente concentrati nel quartiere della Maddalena, a due anni dalla sentenza definitiva di confisca restano inutilizzati: la loro storia passa inosservata ai più; ciò che potrebbe rappresentare una grande risorsa economica, e un’occasione concreta di riqualificazione urbana, resta rinchiuso dietro una saracinesca.

E non è tutto: la famiglia Canfarotta continua, tuttora, ad abitare in alcuni di essi; altri sono occupati abusivamente.

Nell’indifferenza diffusa dei cittadini e nell’inerzia delle Istituzioni, c’è chi si è fatto carico del problema, analizzando le condizioni in cui i beni versano (molti necessitano infatti di una vera e propria manutenzione) e predisponendo veri e propri progetti di riuso sociale: è il Cantiere per la legalità responsabile, una rete di associazioni (attive nel quartiere della Maddalena, così come in tutta la città) nata con lo scopo di stimolare le Istituzioni, affinché si arrivi, in tempi ragionevoli, ad una riassegnazione dei beni in esame, attraverso procedure di evidenza pubblica.

Gli eventi e le iniziative promossi dal Cantiere, che periodicamente interessano il quartiere, intendono conseguire un duplice obiettivo: sensibilizzare la collettività – radunando energie sempre nuove e  più numerose – e, come anticipato,  pungolare le Istituzioni, affinché questi beni possano finalmente  tornare al legittimo proprietario: la società.

Così, nella notte fra l’1 ed il 2 aprile, i ragazzi del Cantiere si sono recati presso alcuni dei beni confiscati presenti nel quartiere della Maddalena e, armati di colla, pennelli e tanta buona volontà, hanno affisso su una decina di saracinesche un cartello bianco con una scritta nera, che lancia un messaggio forte e chiaro: “QUESTA NON E’ UNA SARACINESCA, MA UN BENE CONFISCATO ALLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA, QUINDI UNA RISORSA PER LA COMUNITA'”.

RepubblicaTv – Il blitz pacifico nei beni confiscati

Cantiere per la legalità responsabile