I nostri lettori più attenti ricorderanno il nome di Fabrizio Accame. Già segretario della “Margherita” ad Albenga, poi candidato in una lista civica a sostegno dell’attuale sindaco ingauno Giorgio Cangiano, il suo nome è asceso agli onori della cronaca giudiziaria per il coinvolgimento, nella primavera del 2015, nell’inchiesta “Real Time”, che ha fatto luce sui delitti di usura, estorsione e intestazione fittizia di beni commessi nel ponente savonese da Carmelo Gullace e dai suoi faccendieri. Fabrizio Accame aveva patteggiato una condanna ad 1 anno e 10 mesi, con pena sospesa. Tuttavia, il 19 giugno 2016, è rimasto travolto dalla imponente operazione, condotta tra la Calabria e la Liguria, nota sotto il nome di “Alchemia“. L’allora Procuratore di Reggio Calabria De Raho (oggi Procuratore Nazionale Antimafia) così spiegava il significato del termine scelto: “L’operazione è stata chiamata così poiché è emblematica la capacità delle cosche di modificarsi e infiltrarsi in diversi settori: dall’economia pubblica, a quella privata, passando per edilizia, servizi, trasporti, grandi opere pubbliche, commercio al dettaglio e ingrosso”. Gli interessi delle cosche spaziavano dalle luci a led… ai subappalti del Terzo Valico.
Nel frattempo, l’indagine Alchemia è stata riunita ad altre significative inchieste condotte dalla Procura reggina (Mamma Santissima, Reghion, Fata Morgana…), volte a smascherare il gotha politico-affaristico della ‘ndrangheta, il cd. Direttorio, che risulta composto da professionisti di varia natura, inseriti anche ai più alti livelli della politica (come il Senatore della Repubblica Antonio Caridi, già oggetto di arresto, autorizzato da Palazzo Madama, ed in attesa di giudizio).
L’operazione Alchemia, pur diretta da Reggio Calabria, ha significativamente colpito la nostra Regione, ed in particolare la provincia di Savona, determinando l’arresto di numerosi soggetti, residenti in Liguria, tutti accusati di associazione mafiosa (Carmelo ‘Nino’ ed Elio Gullace, la moglie di Nino, Giulia Fazzari, Fabrizio Accame, Antonino Raso, Antonio Fameli, alcuni dei quali già protagonisti di “Real Time”).
Fabrizio Accame aveva scelto il rito abbreviato, il rito che consente un giudizio più rapido, con minori possibilità difensive, in cambio di un nutrito sconto di pena (1/3 secco, sul quantum stabilito dal Giudice):  venerdì scorso, 9 febbraio 2018, il Gup di Reggio Calabria lo ha condannato in primo grado ad 8 anni e 8 mesi di reclusione per il reato di cui all’art. 416 bis c.p., in quanto ritenuto affiliato alla cosca ‘ndranghetista Raso-Gullace-Albanese, originaria di Cittanova (RC), ma radicata da decenni in Liguria. Insieme ad Accame, il Giudice Olga Tarzia ha condannato altri 5 soggetti, tra cui spicca il nome di Antonino Raso (anch’egli uno dei “liguri”), per il quale la pena è stata determinata in anni 8 di reclusione.
Secondo i magistrati reggini, Accame rappresenta il braccio destro di Carmelo Gullace, una sorta di factotum, utilizzato in particolare per il reinvestimento di capitali illeciti nei circuiti economici della Liguria.
E’ lo stesso Accame, del resto, a definire Gullace “il Padrino”, in una conversazione intercettata; Gullace è ritenuto – dagli affiliati, come dagli inquirenti – il referente della ‘ndrangheta per l’intero Nord-Ovest italiano, un personaggio di primaria caratura per l’associazione criminale di origine calabrese. Accame viene dichiarato colpevole del reato associativo perché ritenuto “a completa disposizione del sodalizio”, ed in particolare del presunto boss Gullace (ancora in attesa di giudizio), per le più disparate esigenze. In particolare, gli inquirenti avevano dimostrato l’acquisto, da parte di Accame, di “sim card“, intestate a propri insospettabili familiari, utilizzate dagli affiliati per sfuggire alle intercettazioni; la gestione di fatto, nell’interesse delle cosche, della sala giochi “Ca Royale” di Loano e della ditta edile “Cisa” dei fratelli Sciglitano (anch’essi a processo, in rito ordinario); infine, i rapporti torbidi con alcuni agenti di polizia giudiziaria infedeli, dai quali apprendeva (e riferiva ai propri sodali) informazioni sull’attività investigativa in atto.
La condanna – seppur in primo grado – di Accame (e A. Raso) è il primo tassello di un puzzle che inizia a prendere forma: anche la provincia di Savona, rimasta illibata durante le operazioni liguri degli ultimi anni (Maglio 3, La Svolta, I Conti di Lavagna), sembra evidenziare fenomeni di grave infiltrazione mafiosa, come hanno potuto ricostruire la magistratura e le forze dell’ordine, grazie ad un paziente lavoro. Il “deserto giudiziario”, lamentato dal già Procuratore Granero qualche anno fa, pare finalmente un lontano ricordo, che lui stesso ha contribuito a dissolvere, pur dovendo inviare a Reggio Calabria, per ragioni di competenza, le carte “bollenti” su Gullace e soci. D’altronde, è bene ricordare che fu un giudice savonese ad utilizzare, per la prima volta in Liguria, l’art. 416 bis: correva l’anno 1983. La nuova norma era appena entrata in vigore.