La ‘ndrangheta è un’organizzazione con una struttura articolata e molto complessa, fondata in primis sul vincolo familiare: è proprio questo il punto di forza dell’onorata società, poiché il legame di sangue l’ha resa nel tempo impermeabile (soprattutto) ai pentimenti.

La cellula base è la ‘ndrina, formata da più persone imparentate fra loro: più ‘ndrine possono formare un locale, una struttura stanziata su un determinato territorio, comandata da un capolocale e che deve contare almeno 49 affiliati.

Al suo interno, il locale si divide in società maggiore e società minore: la prima include sette affiliati con almeno il titolo di Santa (un grado gerarchico particolare), e non deve dar conto delle proprie decisioni. La società minore, invece, è subordinata alla società maggiore – quest’ultima, inoltre, non è sempre presente: non è infatti detto che si riesca a costruire una società maggiore in ogni locale.

Al di sopra dei locali si trova il Crimine (o Provincia), l’organo “di governo” della ‘ndrangheta, istituito dopo la prima guerra di mafia degli anni 70’ e ispirato alla cupola siciliana. Il crimine, che ha quindi la funzione di coordinare i livelli sottostanti, incrementando la verticalità della struttura, è composto dai rappresentanti dei tre mandamenti, espressione geografica dei principali poteri che la forgiano: Tirrenica (o Piana) Jonica e Città (o Reggio).

Con il termine mandamento si indica una zona geografica sulla quale più ‘ndrine esercitano la loro influenza; si nota quindi una certa similitudine con la struttura di cosa nostra, la mafia siciliana che già da molto tempo prima si era dotata di un organo di governo, la commissione (anche detta cupola) retta da un capo commissione e composta dai vari capi mandamento (ad esempio da Salvatore “Totò” Riina, prima capo mandamento per i corleonesi e in seguito “Capo dei Capi” della commissione).

Ma torniamo alla ‘ndrangheta: al suo interno ogni affiliato ha un grado (o dote) che si riferisce al valore assoluto della persona, mentre la carica si riferisce al suo ruolo all’interno dell’organizzazione.

Nella società minore sono previsti quattro gradi: giovane d’onore (assegnato al momento della nascita ai figli di ‘ndranghetisti), picciotto d’onore (un gregario che deve eseguire ordini), camorrista (indica un affiliato già di una certa importanza) e sgarrista (investito di ruoli operativi e decisionali).

La società maggiore ha invece sei gradi: santista (assegnato a colui che ha ottenuto la santa per meriti criminosi e che può relazionarsi con il mondo esterno – in particolare con quello politico), vangelo, grado affidato per comprovato merito criminoso, quartino, trequartino, padrino ( o quintino) e infine associazione, il grado apicale detenuto al massimo da sei persone.

Per quanto riguarda, invece, le cariche, ogni locale è retto da una terna (detta copiata) composta dal capolocale (detto capobastone), il contabile (amministratore di cassa, che provvede tra l’altro a finanziare le famiglie di chi è in carcere) e il crimine, pianificatore degli atti criminali. A questi tre si aggiunge il mastro di giornata, portavoce del capo-locale e uomo di raccordo fra le due società.

La società minore è invece retta da un capo giovane, assistito da un puntaiolo che comanda sui picciotti; ogni famiglia, infine, ha un capo ‘ndrina.

Anche il crimine ha un capo-crimine (un primo ministro della ‘ndrangheta), un contabile, un capo-società (speculare alla carica di crimine nella società maggiore) e un mastro generale (portavoce del capo crimine).

Le decisioni più importanti, come la ratificazione delle cariche, sono prese nel corso dall’annuale celebrazione al santuario della Madonna di Polsi (che si tiene ogni 2 settembre), nei pressi di S. Luca (RC).

Per coordinare il centro e le periferie sono state poi create le camere di controllo, che hanno la funzione di compensare (sono infatti dette anche camere di compensazione), coordinare e dirimere le controversie fra più locali collocati nel Nord o all’estero.

All’estero la presenza di locali è accertata, ad esempio, in Canada o in Australia, mentre nel Nord Italia se ne contano numerosi nell’hinterland torinese e milanese. Il processo Ligure “La Svolta” ha accertato la presenza di almeno un locale radicato a Ventimiglia.

Ogni affiliazione avviene con specifici riti, basati su specifici termini che vanno dal dizionario religioso a quello massonico.

Recentemente (18 Giugno 2016) la Suprema Corte di Cassazione ha confermato questo assetto strutturale piramidale della ‘ndrangheta, il cui vertice è, appunto, rappresentato dalla “Provincia” o “Crimine”, del quale fanno parte i rappresentanti delle famiglie mafiose dei tre mandamenti e alla dipendenze del quale si muovono i locali.

La sentenza è arrivata nell’ambito del processo (in rito abbreviato) Crimine, nato dall’operazione Crimine/Infinito. Fra i condannati spunta don Micu Oppedisano (10 anni), che era stato nominato “capo-crimine” nel settembre del 2009 (in occasione della festa di Polsi).

Proprio lo stesso don Micu con cui Mimmo Gangemi conversava beatamente nell’aranceto di Rosarno, di proprietà del primo, il 14 Agosto 2009. Gangemi che è stato condannato a 19 anni e 6 mesi in questo stesso processo (nel I e II grado del rito ordinario, per cui manca ancora il verdetto della Cassazione), nonché riconosciuto come capo-locale di Genova.

E come dimenticare Domenico Belcastro, altro soggetto ritenuto a capo del locale di Genova: per lui la condanna arrivata in rito abbreviato (quindi definitiva) è di 6 anni (8 in primo grado).

Nonostante ciò, il locale di Genova, i cui capi sono stati condannati in Calabria, non esiste, almeno per la magistratura genovese. Ricorderete l’esito del processo“Maglio 3”. Forse, in Calabria, hanno sbagliato qualcosa; o forse in Liguria i giudici, come sottolinea l’ex procuratore capo Di Lecce, sono fuori dalla realtà.

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